È morto Umberto Pizzi, fotografo che per decenni ha osservato Roma attraverso un obiettivo, passando dai reportage di guerra alla Dolce Vita fino ai salotti del potere.
Nato a Zagarolo nel 1937, aveva fotografato divi internazionali, aristocratici, politici, imprenditori e protagonisti della mondanità romana. Umberto Pizzi
Umberto Pizzi. Prima dei ricevimenti e del Cafonal c’erano stati i reportage in Medio Oriente, realizzati lavorando per la FAO tra Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania.
Negli anni Duemila la collaborazione con Dagospia e i libri Cafonal e Ultracafonal trasformarono il suo sguardo sulla mondanità in una vera narrazione dei costumi italiani.
Pizzi cercava soprattutto l’istante in cui la posa cadeva. Ed è forse per questo che le sue fotografie raccontano non soltanto chi aveva davanti, ma un’intera epoca.
Spettacolo: Umberto Pizzi, Roma perde l’occhio che smascherava il potere
Luogo: Roma – Roma
Data: 29 settembre 2026
Orario: 9:00
E’ nato a Zagarolo, alla porte di Roma, nel 1937, ma durante gli anni ’60 dava del tu a Liz Taylor e Richard Barton.
Dopo l’infanzia nella provincia romana ha lavorato di fotoreporter di guerra per la FAO in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania.
Negli anni 70/80 la svolta come “paparazzo” per raccontare la dolcevita e le serate mondane della Capitale.
Umberto Pizzi, Roma perde l’occhio che smascherava il potere
Per tutta la vita Umberto Pizzi ha guardato le persone attraverso un mirino. Ma ciò che cercava non era quasi mai l’immagine che quelle persone avrebbero voluto mostrare.
Aspettava qualcos’altro: un gesto fuori controllo, uno sguardo, una smorfia, un momento nel quale la rappresentazione pubblica si incrinava e dietro il personaggio compariva improvvisamente la persona.
Umberto Pizzi è morto. Nato a Zagarolo, alle porte di Roma, nel 1937, lascia un archivio fotografico sterminato e una storia professionale che attraversa oltre mezzo secolo di costume italiano.
Definirlo soltanto il fotografo del Cafonal sarebbe riduttivo. Prima dei politici, dei ricevimenti e delle feste dell’alta società ci furono guerre, bambini soldato, divi di Hollywood e la Roma della Dolce Vita.
Eppure proprio nel Cafonal quello sguardo avrebbe trovato una delle sue forme più riconoscibili.
Umberto Pizzi. Prima dei salotti c’era la guerra
La biografia di Pizzi comincia lontano dai tappeti rossi.
Lavorò come fotoreporter per la FAO, viaggiando tra Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania. Fotografò realtà lontanissime dalle feste che molti anni dopo lo avrebbero reso popolare presso un pubblico molto più vasto.
Nel suo archivio entrarono così anche guerra, povertà e bambini con le armi.
È un passaggio importante per comprendere il fotografo che sarebbe venuto dopo. Pizzi aveva imparato a osservare rapidamente ciò che accadeva davanti a lui e a riconoscere l’istante che raccontava una situazione meglio di molte parole.
Poi arrivò un’altra Roma.
Umberto Pizzi. Quando Roma parlava con Hollywood
Negli anni Sessanta e Settanta la Capitale era uno dei luoghi nei quali cinema internazionale, aristocrazia, spettacolo e mondanità potevano incontrarsi nella stessa notte.
Pizzi entrò in quel mondo con la macchina fotografica al collo.
Conobbe e fotografò i grandi protagonisti dello spettacolo internazionale, inseguendo quella società nella stagione che continuava a vivere dell’eredità della Dolce Vita.
Non osservava quel mondo da lontano. Ne conosceva luoghi, rituali e personaggi e poteva avvicinarsi ai divi con una familiarità oggi difficilmente immaginabile.
Le sue fotografie finirono anche su testate internazionali come Time, People Magazine e Sunday Express Magazine, oltre che sui giornali italiani.
Il paparazzo, però, sarebbe rimasto soltanto una delle sue identità.

Umberto Pizzi. Il Cafonal e la caduta della posa
Con il passare degli anni cambiano i protagonisti e cambia Roma.
Ai divi del cinema si affiancano politici, finanzieri, imprenditori, nobili, uomini di Chiesa e nuovi personaggi della mondanità.
Negli anni Duemila la collaborazione con Dagospia offre a Pizzi un territorio ideale per il suo sguardo.
Nascono le immagini del Cafonal, poi raccolte anche nei volumi Cafonal e Ultracafonal.
Il termine finisce per descrivere molto più di un genere fotografico. È una rappresentazione dell’esibizione del potere e della ricchezza quando eleganza e misura lasciano il posto all’eccesso.
Pizzi era lì proprio per quell’istante.
Non gli interessava necessariamente il ritratto ufficiale. Cercava ciò che accadeva immediatamente prima o subito dopo, quando qualcuno mangiava, ballava, rideva, gesticolava o semplicemente dimenticava per qualche secondo la presenza del fotografo.
Umberto Pizzi. Un obiettivo senza riguardi per il potere
Davanti alla macchina di Pizzi finirono personaggi appartenenti a mondi e orientamenti molto differenti.
Il suo archivio diventa così anche una particolare storia visuale della Prima e della Seconda Repubblica, osservate non dalle aule istituzionali ma spesso dai ricevimenti e dalle occasioni mondane.
Tra gli aneddoti che amava raccontare c’era quello relativo a una fotografia di Silvio Berlusconi, colto durante una cerimonia istituzionale in un gesto decisamente poco protocollare.
Pizzi raccontò di aver provato inutilmente a venderla. Un’immagine perfettamente coerente con la sua ricerca: l’uomo pubblico sorpreso nell’attimo in cui dimentica di esserlo.
Ma se gli veniva chiesto quale fosse la fotografia che amava maggiormente, la risposta portava altrove.

Umberto Pizzi. Berlinguer e una fotografia che non valeva denaro
Era uno scatto di Enrico Berlinguer a Piazza Augusto Imperatore, circondato da operai durante la pausa pranzo.
Gli uomini mangiano un panino e cercano riparo dal sole utilizzando l’Unità come cappello.
Quella fotografia, ricordava Pizzi, non gli aveva fatto guadagnare nulla.
Eppure era la sua preferita.
Il contrasto dice molto del suo rapporto con la fotografia. Lo scatto economicamente prezioso e quello personalmente importante potevano trovarsi agli estremi opposti della sua carriera.
E raccontava anche senza nasconderlo la propria simpatia per Berlinguer, del quale ricordava soprattutto il carisma.
Umberto Pizzi. Lo scatto che vale una fortuna
All’altro estremo c’era invece una fotografia nata quasi per caso durante una serata nella dimora veneziana dei Volpi di Misurata.
Pizzi aveva raccontato che l’esclusiva apparteneva al celebre fotografo americano Richard Avedon e che inizialmente lui non avrebbe neppure dovuto partecipare.
Decise però di rimanere fino a tardi.
Tra gli invitati c’erano personaggi come Gianni Agnelli e Jack Nicholson. A un certo punto arrivò la baronessa Francesca Thyssen.
Un movimento dell’abito produsse l’istante inatteso. Pizzi scattò.
Sarebbe diventata, secondo il suo stesso racconto, la fotografia che gli procurò il maggiore guadagno.
Ancora una volta non era una posa preparata. Era qualcosa accaduto per una frazione di secondo davanti all’uomo che aveva deciso di non andare via.

Umberto Pizzi. Roma vista da dietro una macchina fotografica
Negli ultimi anni Pizzi aveva continuato a fotografare e a raccontare quel mondo. Da oltre un decennio collaborava anche con Il Fatto Quotidiano, attraverso fotografie, portfolio e contributi video; l’archivio di Millennium conserva numerosi lavori firmati insieme a Fabrizio d’Esposito. Il Fatto Quotidiano
Ma il patrimonio che lascia supera le singole collaborazioni.
Dentro il suo archivio convivono Medio Oriente e Via Veneto, bambini soldato e star di Hollywood, Berlinguer e Berlusconi, aristocratici e politici, eleganza e cattivo gusto.
Soprattutto, c’è Roma.
Una città che Pizzi ha visto cambiare insieme alle persone che la abitavano e al potere che vi si rappresentava.
Forse è proprio questa la differenza fra fotografare un personaggio e raccontare un’epoca.
Umberto Pizzi ha fatto entrambe le cose, aspettando ogni volta quell’istante brevissimo nel quale davanti all’obiettivo cadeva la posa e rimaneva soltanto la realtà.