Roma accoglie uno dei testi più destabilizzanti del Novecento, Uno nessuno e centomila un’opera che scava nell’identità umana e smonta le certezze borghesi con ironia crudele.
Dal 5 al 15 febbraio, il Teatro Ghione ospita una messinscena che restituisce tutta l’attualità di Pirandello Uno nessuno e centomila, tra pensiero filosofico e inquietudine esistenziale.
Uno nessuno e centomila. Vitangelo Moscarda diventa specchio deformante di una società che osserva, giudica e frantuma l’individuo in mille immagini contraddittorie.
La regia di Nicasio Anzelmo costruisce un universo mobile, dove i personaggi scivolano tra maschere, coscienze e verità continuamente negate.
Ironico, grottesco, capace di mettere in crisi la società borghese del primo Novecento questo è stato ed è tutt’ora la forza di Uno nessuno e centomila.
L’ultimo dei romanzi di Pirandello, è denso di enigmi, e secondo lo stesso autore esso è «sintesi completa di tutto ciò che ho fatto e la sorgente di quello che farò».
In una lettera autobiografica, Pirandello lo definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”.

Uno nessuno e centomila. Identità, molteplicità e vertigine dell’essere
Al Teatro Ghione di Roma va in scena Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, dal 5 al 15 febbraio 2026, in un allestimento intenso e profondamente contemporaneo.
L’opera, ultimo romanzo pirandelliano, rappresenta una vertigine narrativa capace di mettere in crisi l’idea stessa di identità, demolendo l’illusione dell’io unitario.
Vitangelo Moscarda scopre casualmente che il proprio volto non coincide con quello percepito dagli altri, dando avvio a una frattura irreversibile tra coscienza e rappresentazione.
Da quell’istante, ogni relazione diventa una gabbia, ogni sguardo una sentenza, ogni parola una maschera che moltiplica le immagini dell’esistenza.
Pirandello costruisce così un percorso di scomposizione dell’essere, dove l’individuo si dissolve progressivamente nel tentativo disperato di autenticità.
Uno nessuno e centomila. La crisi dell’io come teatro dell’esistenza
Il protagonista passa dall’impaccio iniziale a una lucida determinazione, cercando di liberarsi dalle proiezioni altrui fino a rinunciare a ogni definizione.
Essere uno per sé, centomila per gli altri, nessuno in verità: questa formula attraversa lo spettacolo come un’eco filosofica ancora oggi bruciante.
La messinscena diretta da Nicasio Anzelmo restituisce questa complessità attraverso una scenografia mobile, simbolo di un’identità costantemente in trasformazione.
I movimenti scenici accompagnano il crollo delle certezze, mentre lo spazio si frammenta come la coscienza del protagonista, senza mai concedere stabilità.
Il linguaggio teatrale diventa strumento di analisi sociale, mostrando il peso delle convenzioni, dell’economia e delle istituzioni sul singolo individuo.

Uno nessuno e centomila. Un cast corale al servizio del pensiero
Primo Reggiani affronta Moscarda con rigore e sensibilità, restituendo un personaggio attraversato da inquietudine, ironia e una crescente consapevolezza tragica.
Accanto a lui, Francesca Valtorta e Jane Alexander incarnano figure speculari, portatrici di sguardi che definiscono e al tempo stesso imprigionano.
Fabrizio Bordignon ed Enrico Ottaviano completano un ensemble compatto, capace di sostenere il ritmo filosofico senza rinunciare alla tensione emotiva.
Il lavoro corale diventa fondamentale nel rendere visibile la moltiplicazione delle identità, trasformando ogni personaggio in riflesso dell’altro.
L’umorismo pirandelliano, amaro e spietato, attraversa lo spettacolo come difesa estrema contro l’angoscia dell’esistere.
Uno nessuno e centomila. Un classico che parla al presente
Sorprende quanto il testo risuoni oggi, soprattutto nel rapporto tra individuo, denaro e potere, temi che Pirandello anticipa con lucidità disarmante.
La critica all’istituto bancario e alla morale della convenienza emerge come una riflessione ancora attualissima sul controllo sociale.
Moscarda sceglie infine di dissolversi, diventando aria e vento, rifiutando ogni forma imposta di riconoscimento e appartenenza.
Non è una fuga, ma un gesto radicale di libertà, che interroga profondamente lo spettatore contemporaneo.
Al Teatro Ghione, Uno, nessuno e centomila si conferma un’esperienza teatrale necessaria, capace di destabilizzare e illuminare, ancora una volta.