Cinema

VACCINI. 9 LEZIONI DI SCIENZA di Elisabetta Sgarbi (2019, Italia, 60')

News sul Cinema - Mar, 14/01/2020 - 02:01

29/01/20

VACCINI. 9 LEZIONI DI SCIENZA di Elisabetta Sgarbi (2019, Italia, 60')

Cosa sono i vaccini, come funzionano, come sono nati, se ne assumiamo troppi oppure pochi, se possono avere effetti collaterali, quale relazione hanno con il grande tema della immigrazione, se veniamo correttamente informati oppure se aleggiano su di essi false notizie e come si possono evitare: sono solo alcuni dei temi che 9 uomini di scienza (medici, semiologhi, filosofi) affrontano, in altrettante “lezioni” giocose e eclettiche, in questo documentario che non intende aprire un dibattito sul tema dei vaccini, semmai intende chiuderlo definitivamente, rimettendo al centro la scienza. La scienza, ci dicono le personalità coinvolte, se è davvero scienza, non è dogmatica, si mette continuamente in discussione, è consapevole della propria fallibilità; ma proprio per questo, è allenata a smascherare, con umiltà e autorevolezza, ogni dogmatismo che le si contrapponga. Vaccinarsi non è un gioco, perché in gioco ci sono le vite delle persone più deboli, soprattutto bambini, che non possono vaccinarsi. A corredo delle teorie sui vaccini, una teoria di giochi meccanici a sostenere le tesi degli scienziati.
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VACCINI. 9 LEZIONI DI SCIENZA di Elisabetta Sgarbi

News sul Cinema - Mar, 14/01/2020 - 02:01

29/01/20

Cosa sono i vaccini, come funzionano, come sono nati, se ne assumiamo troppi oppure pochi, se possono avere effetti collaterali, quale relazione hanno con il grande tema della immigrazione, se veniamo correttamente informati oppure se aleggiano su di essi false notizie e come si possono evitare: sono solo alcuni dei temi che 9 uomini di scienza (medici, semiologhi, filosofi) affrontano, in altrettante “lezioni” giocose e eclettiche, in questo documentario che non intende aprire un dibattito sul tema dei vaccini, semmai intende chiuderlo definitivamente, rimettendo al centro la scienza. La scienza, ci dicono le personalità coinvolte, se è davvero scienza, non è dogmatica, si mette continuamente in discussione, è consapevole della propria fallibilità; ma proprio per questo, è allenata a smascherare, con umiltà e autorevolezza, ogni dogmatismo che le si contrapponga. Vaccinarsi non è un gioco, perché in gioco ci sono le vite delle persone più deboli, soprattutto bambini, che non possono vaccinarsi. A corredo delle teorie sui vaccini, una teoria di giochi meccanici a sostenere le tesi degli scienziati.
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The New Pope Episodio 1

News sul Cinema - Dom, 12/01/2020 - 22:01
The New Pope in sala ogni lunedì successivo alla messa in onda, in versione originale sottotitolata. Si partirà il 13 gennaio con il primo e secondo episodio, e a seguire ogni lunedì fino al 10 febbraio andrà in sala il nono ed ultimo.
Pio XIII è in coma. E dopo una parentesi imprevedibile quanto misteriosa, il Segretario di Stato Voiello riesce nell'impresa di far salire al soglio pontificio Sir John Brannox, un aristocratico inglese moderato, affascinante e sofisticato che prende il nome di Giovanni Paolo III. Il nuovo Papa sembra perfetto, ma cela fragilità e segreti. E capisce subito che sarà difficile prendere il posto del carismatico Pio XIII: sospeso tra la vita e la morte Lenny Belardo è diventato un Santo e sono ormai migliaia i fedeli che lo idolatrano alimentando un contrasto tra i fondamentalismi. La Chiesa intanto è aggredita da scandali che rischiano di travolgere in modo irreversibile le alte gerarchie, e da minacce esterne che colpiscono i simboli della cristianità. In Vaticano, però, niente è come appare. Il bene e il male vanno a braccetto incontro alla Storia.
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The New Pope

News sul Cinema - Dom, 12/01/2020 - 22:01
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Leonardo. Le opere

News sul Cinema - Dom, 12/01/2020 - 22:01
Girato in Russia, Germania, Francia, Italia, Stati Uniti, Inghilterra, Scozia, Polonia, Leonardo. Le opere si propone di esaminare in modo profondo e mai scontato la pittura del Maestro, grazie agli interventi di alcuni dei principali curatori e critici d'arte del mondo. Il regista Phil Grabsky ha viaggiato in 8 paesi per riprendere in situ praticamente tutte le opere pittoriche attribuite a Leonardo. Il film include così il Salvator Mundi, la milanese Sala delle Assi, l'Adorazione dei Magi recentemente restaurata e anche la Madonna dei Fusi, mostrata in un film per la prima volta dopo il suo recente restauro. Leonardo. Le opere offre anche un accesso privilegiato alla Gioconda, vista con una profondità di analisi del dettaglio straordinaria, e alle due Madonne conservate all'Ermitage di San Pietroburgo: la Madonna Benois e la Madonna Litta. Una vera "festa per gli occhi" che permetterà di esplorare anche la biografia di un uomo geniale come Leonardo.
Tra i vari interventi del docu-film, anche quelli di: Luke Syson - Direttore del Fitzwilliam Museum di Cambridge; Martin Kemp - Professore Emerito al Trinity College di Oxford; Larry Keith - Head of Conservation and Keeper della National Gallery di Londra; Mikhail Piotrovsky - Direttore del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo; Andrzej Betlej - Direttore Museo Nazionale, Cracovia; Tim Marlow - Storico dell'arte e Direttore Artistico della Royal Academy of Arts di Londra.
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Me contro te - La vendetta del signor S.

News sul Cinema - Sab, 11/01/2020 - 22:01
Una nuova avventura per Luì e Sofi (Me contro Te), ancora una volta contro il malefico Signor S, questa volta al cinema. Il Signor S sta tramando vendetta e lavora ad un piano per diventare il padrone del mondo. I Me contro Te saranno chiamati ad impedirglielo, regalando ai loro piccoli fan e a tutte le famiglie divertimento e tante sorprese.
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Il collezionista

News sul Cinema - Sab, 11/01/2020 - 22:01
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Tre colori - Film bianco

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 22:01
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Women in US - Non torno a casa stasera – The Rain People di Francis Ford Coppola (1969; 101'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

21/01/20

Women in US Non torno a casa stasera – The Rain People di Francis Ford Coppola (1969; 101'); v.o.sott.it Titolo originale: The Rain People Regia: Francis Ford Coppola Sceneggiatura: Francis Ford Coppola Fotografia: Bill Butler Montaggio: Barry Malkin Scenografia: Leon Ericksen Suono: Nathan Boxer Musiche: Ronald Stein Interpreti: Shirley Knight, James Caan, Robert Duvall, Marya Zimmet, Tom Aldredge, Laurie Crews, Andrew Duncan, Margaret Fairchild, Sally Gracie, Alan Manson, Robert Modica, Eleanor Coppola Produzione: Bart Patton, Ronald B. Colby per American Zoetrope Durata: 101 minuti Prima proiezione: 24 giugno 1969 Sinossi: Natalie, una casalinga di Long Island, scopre di essere incinta. Confusa dalla sua nuova condizione, una mattina scappa di casa lasciando soltanto un biglietto al marito che ancora dorme. La giovane donna inizia così un viaggio senza meta lungo gli States per capire cosa vuole realmente e senza aver preso una decisione irrevocabile sul da farsi. Nel suo peregrinare, la ragazza incontra un ex giocatore di football con qualche ritardo mentale che si affezionerà a lei e di cui lei a sua volta si sentirà sempre più responsabile... Non torno a casa stasera è il quinto lungometraggio di Coppola e l'ultimo del decennio degli anni Sessanta: il suo film successivo sarà Il Padrino con cui si aprirà la stagione che, più di ogni altra, ha consegnato il regista a un posto insostituibile nella storia del cinema. Non torno a casa stasera è un piccolo film in esterni e a basso costo che però Coppola desidera fortemente ed è anche un titolo ottimale per cogliere lo spirito di molti lavori della New Hollywood lontani dai grandi budget, scabri e incentrati su alienazioni individuali che trovano risonanza in quelle collettive. Uscito a neppure due mesi di distanza da Easy Rider, il film secondo il critico Roger Ebert ne era una sorta di immagine speculare: in entrambi i casi i protagonisti corrono sulle strade incrociando varia umanità e fuggendo da un'esistenza convenzionale. Non torno a casa stasera è infatti un road movie in cui il viaggio ha una valenza esistenziale e in cui il regista/sceneggiatore osserva lo sradicamento della sua protagonista, Natalie (una magnifica Shirley Knight), e i suoi incontri con personaggi marginali: la donna sta affrontando una crisi e per capire quale direzione prendere ha vitale bisogno di evadere dalle mura domestiche e perdersi. Un motivo decisamente ricorrente in quegli anni, ma in questo caso a salire sull'auto è appunto una donna, moglie di un uomo che il film non mostrerà mai compiutamente. Dai doveri coniugali allo spazio aperto, dalla propria casa alle camere dei motel, il percorso di Natalie è quello di una persona che non sa più vivere i ruoli che ha fin lì accettato, e che deflagra di fronte alla parte più irrevocabile di ogni altra ossia la maternità da poco scoperta. Sulla strada incontrerà esseri umani a vario titolo “traumatizzati” come un ex giocatore di football con problemi mentali (James Caan) e un ambiguo poliziotto (Robert Duvall), ma troverà soprattutto luoghi intrisi di spaesamento. Oltre a essere un esempio di stile “newhollywoodiano” e a ritrarre un personaggio femminile molto complesso, il lavoro risente di molto cinema europeo come se fosse un corrispettivo Usa di alcune opere di Antonioni con le sue donne incrinate e il loro disagio di fronte all'incomunicabilità o all'impressione di non essere comprese all'interno di rapporti che dovrebbero essere intimi. Il film in America non ebbe successo in sala né particolare riscontro critico, ma vinse nel 1969 il Festival di San Sebastian. Non torno a casa stasera è invece un lavoro forte e struggente sul valore della responsabilità individuale e sociale. E, guardando alla filmografia di Coppola, uno snodo nella definizione di alcune atmosfere rarefatte e stonate che ritroveremo pochi anni dopo ne La Conversazione (1974).
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Gangster&co. - Gangster Story – Bonnie and Clyde di Arthur Penn (1967; 111'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

21/01/20

Gangster&co. - Gangster Story – Bonnie and Clyde di Arthur Penn (1967; 111'); v.o.sott.it Titolo originale: Bonnie and Clyde Regia: Arthur Penn Sceneggiatura: David Newman, Robert Benton Fotografia: Burnett Guffey Montaggio: Dede Allen Scenografia: Dean Tavoularis, Raymond Paul Suono: Francis E. Stahl Musiche: Charles Strouse Interpreti: Warren Beatty, Faye Dunaway, Michael J. Pollard, Gene Hackman, Estelle Parsons, Denver Pyle, Dub Taylor, Evans Evans, Gene Wilder, Martha Adcock, Harry Appling, Owen Bush, Mabel Cavitt, Patrick Cranshaw, Frances Fisher, Sadie French, Garry Goodgion, Clyde Howdy, Russ Marker, Ken Mayer, Ken Miller, Ann Palmer, Stuart Spates, James Stiver, Ada Waugh Produzione: Warren Beatty per Warner Bros.-Seven Arts Durata: 111 minuti Prima proiezione: 4 agosto 1967 Sinossi: La storia della coppia di gangster più famosa di sempre, dal loro incontro alla morte. Nella periferia di Dallas, nel 1931, la bella Bonnie Parker conosce Clyde Barrow, rapinatore da poco uscito di galera: insoddisfatta della propria vita nell'America della Grande Depressione, la ragazza è subito attratta dall'idea di unirsi all'affascinante fuorilegge. Se l'amore nasce al primo incontro, in breve i due inizieranno a rapinare banche e uccidere poliziotti, diventando protagonisti delle cronache e leggende per le masse diseredate... Pochi film sono paragonabili per importanza a Gangster Story, titolo spartiacque dopo il quale nulla nel cinema americano sarà più come prima. Prodotto e interpretato da Warren Beatty, Gangster Story nasce dall'intuizione degli sceneggiatori Robert Benton (futuro regista da Oscar con Kramer contro Kramer) e David Newman, che sentirono risuonare negli anni Sessanta qualcosa degli anni Trenta e in Bonnie e Clyde un'eco del ribellismo a loro più prossimo. Appassionati di Nouvelle Vague, i due scrissero uno script sui due criminali innamorati pensando a Fino all'ultimo respiro e Jules e Jim e lo proposero addirittura a Truffaut, che declinò l'invito a dirigerlo perché impegnato a realizzare Fahreneheit 451. Il sagace Warren Beatty consigliò loro, però, di cercare un regista americano per portare in immagini una “sceneggiatura così francese”. Saranno in tanti anche negli Stati Uniti a rifiutare: tra questi inizialmente c’è proprio Arthur Penn, che alla fine si convince regalando al film una delle regie più vibranti della sua splendida carriera. Deciso fin dall'inizio a realizzare un lavoro di grande impatto visivo, violento e libero, Penn unisce la commedia alla tragedia attraverso un racconto poco lineare, se non nelle sue coordinate fondamentali, pieno di ellissi e fantasmagorie, in cui le automobili della Grande Depressione prendono il posto dei cavalli del West. Nell’ora e cinquanta minuti precedenti la fine di Bonnie e Clyde, la rapsodia cinematografica di Gangster Story avanza per sussulti sempre più mortuari e subisce accelerazioni ritmiche progressive, ma esordisce addirittura con un tono smagliante simile a quello di una commedia romantica. L'indimenticabile finale è senza dubbio tra i più grandi spettacoli di montaggio del cinema americano: una danza macabra paragonabile ai tempi soltanto alla scena della doccia di Psycho e segmentata in oltre ottanta inquadrature lungo tre folgoranti minuti. Secondo Beatty il film avrebbe dovuto attrarre sia il pubblico giovane, che vedeva i propri coetanei tornare avvolti in sacchi neri dalla guerra in Vietnam, sia gli adulti che non avevano più voglia di vedere i “soliti” film della settimana dei network televisivi e che avvertivano negli anni Sessanta qualcosa di tetro, che poteva avere a che fare con i lontanissimi anni della Depressione. Considerato uno degli iniziatori di quella New Hollywood di cui nessuno ancora sospettava l'esistenza, Gangster Story è un titolo che al netto della sua centralità storica riesce a raccontare il disfacimento delle illusioni della giovinezza e al tempo stesso la fragilità umana della vita sempre accompagnata dall'ombra della morte. Un capolavoro assoluto.
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Women in US - Una squillo per l'ispettore Klute – Klute di Alan J. Pakula (1971; 114'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

22/01/20

Women in US Una squillo per l'ispettore Klute – Klute di Alan J. Pakula (1971; 114'); v.o.sott.it Regia: Alan J. Pakula Sceneggiatura: Andy Lewis, Dave Lewis Fotografia: Gordon Willis Montaggio: Carl Lerner Scenografia: George Jenkins Suono: Chris Newman Musiche: Michael Small Interpreti: Jane Fonda, Donald Sutherland, Charles Cioffi, Roy Scheider, Dorothy Tristan, Rita Gam, Nathan George, Vivian Nathan, Morris Strassberg, Barry Snider, Betty Murray, Jane White, Shirley Stoler, Robert Milli, Anthony Holland, Fred Burrell, Richard B. Shull, Mary Louise Wilson, Marc Malvin, Rosalind Cash, Jean Stapleton, Jan Fielding, Sylvester Stallone Produzione: Alan J. Pakula per Gus Productions Durata: 114 minuti Prima proiezione: 23 giugno 1971 Sinossi: Il detective John Klute va a New York per indagare sulla scomparsa del dirigente di una grande azienda: sua unica traccia è un messaggio indirizzato a una prostituta d'alto bordo, Bree Daniels. Klute affitta un appartamento vicino a quello della donna e la spia: lei all'apparenza è un'emancipata femmina che esercita liberamente la propria sessualità a pagamento, ma le sue sedute dal terapeuta mostrano un coacervo di contraddizioni e conflitti. Durante l'indagine portata avanti dall'ispettore, i due si incontrano, scontrano e iniziano una relazione... Noir metropolitano considerato il primo film di un'ideale “trilogia della paranoia” firmata da Alan J. Pakula (gli altri due sono Perché un assassinio e il celeberrimo Tutti gli uomini del presidente), il film che fruttò il primo Oscar a Jane Fonda in originale si intitola semplicemente Klute, il nome del detective interpretato da Donald Sutherland. Sebbene il nostro sappia il fatto suo, al centro della scena c'è però senza dubbio Bree Daniels, prostituta dalla grande ambivalenza psicologica ed emotiva, femme fatale passata al rango di soggetto attivo, capace di leggere gli uomini e carpirne perversioni e desideri in un potenziamento del femminile che tormenta perché difficile da maneggiare. Difficile in primo luogo per la stessa Bree, inquieta e in mezzo a un guado, ma che conduce le “danze” del mistery che si risolve ben prima del finale riservando alla suspense e alle relazioni tra i due protagonisti la vera attenzione. Klute – e noi con lui – è spettatore di un ritratto femminile pieno di volontà, incubi, paure. La paura di un'angoscia esistenziale, di un vuoto e di uno smarrimento unita a quella del restare imprigionata in un rapporto uomo/donna convenzionale. Bree vorrebbe fare la modella, ma fa la prostituta in un mondo di maniaci e manie dentro a un sottobosco cittadino in cui ha trovato una “tana”. Klute la guarda, la assiste e la protegge, forse senza capirla fino in fondo ma dandosi il tono del salvatore, probabilmente momentaneo. L'erotismo di Jane Fonda non è giocoso come in Barbarella ma politico, orientato alla messa in discussione delle dinamiche di genere così come del noir da una prospettiva femminile visto che il suo personaggio può mettere in crisi il maschile riuscendo persino a decifrare indicibili realtà politico/economiche. Per farlo deve ancora collocarsi in un campo seduttivo accettato dall'uomo, ma è lei il mezzo attraverso cui il caso può essere risolto. In questa rilettura del noir classico, Pakula decentra il proprio interesse da colui che dovrebbe essere il protagonista (il detective) riservando il proprio sguardo a una donna che si dimena come una leonessa in cerca di un posto e di una funzione che non siano decisi da altri. Tradotto in italiano con Una squillo per l'ispettore Klute, all'uscita in sala nel 1971 venne contestato dalle femministe americane, che videro nell'oggettivazione della donna/prostituta un'ulteriore rassicurazione per la società maschilista. A ben vedere, sia se letto nella prospettiva dei generi classici sia seguendo la vitalità ansiosa della sua protagonista, il film rimarca piuttosto il bisogno di una ricerca, di un percorso lontano dall'essere portato a termine ma in corso di svolgimento, fatto da una donna per se stessa.
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Gangster&co. - La rabbia giovane – Badlands di Terrence Malick (1973; 95'); 35mm

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

22/01/20

Gangster&co. La rabbia giovane – Badlands di Terrence Malick  (1973; 95'); 35mm Titolo originale: Badlands Regia: Terrence Malick Sceneggiatura: Terrence Malick Fotografia: Tak Fujimoto, Stevan Larner, Brian Probyn Montaggio: Robert Estrin Scenografia: Jack Fisk Suono: Maury Harris Musiche: George Tipton Interpreti: Martin Sheen, Sissy Spacek, Warren Oates, Ramon Bieri, Alan Vint, Gary Littlejohn, John Carter, Bryan Montgomery, Gail Threlkeld, Charles Fitzpatrick, Howard Ragsdale, John Womack Jr., Dona Baldwin, Ben Bravo, Emilio Estevez, Terrence Malick, Charlie Sheen Produzione: Terrence Malick per Jill Jakes Productions Durata: 95 minuti Prima proiezione: 13 ottobre 1973 Sinossi: Lo spiantato venticinquenne Kit vorrebbe essere James Dean ma fa il netturbino a Fort Dupree in South Dakota. Un giorno incrocia Holly, quindicenne ingenua e lolitesca, e inizia a frequentarla nonostante il piccolo-borghese padre di lei sia contrario. Quando l'uomo si oppone apertamente alla loro relazione, Kit lo uccide e dà fuoco alla casa della ragazza. I due iniziano una fuga in macchina durante la quale Kit si macchierà di altri efferati omicidi per i quali verranno ricercati in tutto il Paese... Giustamente considerato uno dei titoli imprescindibili della New Hollywood, l'incredibile esordio di Terrence Malick è il punto più concettuale della parabola gangsteristica tracciata in quegli anni dal cinema americano. “Perché lo hai fatto?” chiede a Kit (Martin Sheen) il giovane poliziotto che lo arresta; “Volevo essere un criminale” risponde il venticinquenne emulo di James Dean, vero ribelle senza causa. Ma in fondo è solo una frase che dà una parziale motivazione a gesta assurde, compiute per ragioni in realtà oscure e insondabili. Non esiste più alcuno psicologismo né più una società che possa spingere o indirettamente “giustificare” le scelte criminali di Kit: esistono solo gli atti visibili che identificano i personaggi e che, uniti, compongono una traiettoria fatale come se la morte fosse l'unica meta possibile. Essere un criminale per essere qualcosa, si potrebbe dire. Ispirarsi a James Dean per darsi un'identità, incarnare storie per esistere. Ma sarebbero in ogni caso rapporti di causa-effetto fin troppo confortevoli rispetto al perturbante obiettivo di morte che trasuda da La rabbia giovane, ispirato liberamente alla storia vera di Charles Starkweather (che finì sulla forca nel 1959) e della sua fidanzatina Caril Ann Fugate (che rimase in galera fino al 1976). Come nessuno prima e come pochissimi dopo, Malick toglie qualunque appiglio allo spettatore rispetto al proprio racconto di sangue, mostrando il nichilismo e il sereno malessere di due vite gettate nell'esistenza e quasi prive di autocoscienza. Il processo di spogliazione di valore di qualunque agente, interno o esterno, rende la violenza di La rabbia giovane secca, fredda, asciutta e naturale come i paesaggi del Colorado in cui il film venne prevalentemente girato. Arthur Penn, che Malick aveva conosciuto frequentando l'American Film Institute e di cui era diventato amico, è ringraziato nei titoli di coda. Ma se La rabbia giovane ha qualcosa da spartire con Gangster Story è nell'esserne complementare: da una parte Penn alle prese con due convinti fuorilegge diventati miti per i media e i tanti diseredati della Depressione, dall'altra Malick alle prese con due scappati di casa che solo attraverso un'eventuale mitizzazione mediatica e popolare possono dare un senso a qualcosa che non ne ha affatto, a un'esplosione di brutalità che non ha realmente nel conflitto tra uomo e società nessuna radice. Al fondo di ogni storia criminale, e ben oltre le ragioni plausibili che possiamo trovare, c'è lo sguardo annichilente del male che è nell'umano, dell'inquietudine che esonda. E il difficile desiderio della rappresentazione di sé, cui nessuno riesce mai a dare senso compiuto o permanente nella materia vivente di cui è fatto il mondo.
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Omaggio a Monte Hellman - Le colline blu – Ride in the Whirlwind di Monte Hellman (1966; 82'); 35mm

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

22/01/20

Omaggio a Monte Hellman Le colline blu – Ride in the Whirlwind di Monte Hellman (1966; 82'); 35mm Titolo originale: Ride in the Whirlwind Regia: Monte Hellman Sceneggiatura: Jack Nicholson Fotografia: Gregory Sandor Montaggio: Monte Hellman Scenografia: James Campbell Suono: Art Names Musiche: Robert Drasnin Interpreti: Cameron Mitchell, Millie Perkins, Jack Nicholson, Harry Dean Stanton, Katherine Squire, George Mitchell, Rupert Crosse, John Hackett, Tom Filer, B.J. Merholz, Brandon Carroll, Peter Cannon, William A. Keller Produzione: Jack Nicholson, Monte Hellman per Proteus Films Durata: 82 minuti Prima proiezione: 23 ottobre 1966 Sinossi: Otis, Wes e Vern sono tre cowboy. Mentre sono in viaggio verso Waco, Texas, decidono di passare la notte nei pressi del rifugio di una banda di fuorilegge che ha rapinato una diligenza. Una scelta che si dimostra errata quando al mattino vengono circondati, come gli assaltatori, da uno squadrone di vigilantes. I tre cercano la fuga, ma Otis viene colpito a morte, mentre Vern e Wes riescono a darsi alla macchia. Inseguiti dai vigilantes, che nel frattempo hanno giustiziato i rapinatori, i due hanno un'unica speranza: superare le colline che si ergono di fronte a loro... Come un gemello eterozigoto de La sparatoria, Le colline blu è un western ridotto all'osso, spolpato della maggior parte dei nervi e dei muscoli del genere. Del western riprende l'ambientazione, ovviamente, ma in un'epoca di grande rilettura Hellman non aderisce a nessuna delle principali ipotesi di rinnovamento: non guarda all'Europa e allo spaghetti-western, eppure non si allinea neanche alla ridefinizione dei canoni della violenza che renderà celebre Sam Peckinpah. Anche per risparmiare sul budget – che condivideva con La sparatoria, girato però un paio di settimane prima utilizzando con minor oculatezza il denaro a disposizione – fornito da Roger Corman, Hellman sceglie di eliminare molti dialoghi tra i personaggi, tagliando senza pietà parte consistente della sceneggiatura scritta da Jack Nicholson, che veste anche i panni del protagonista insieme a Cameron Mitchell. Quel che ne viene fuori è un'opera stranamente silente, nevrotica e contemplativa allo stesso tempo, con due uomini in fuga disperata da un mondo che non prevede la possibilità del chiaroscuro. Si è fuorilegge o vigilantes, braccati o cacciatori. Ed è una caccia in piena regola, Le colline blu, che ribalta la prospettiva de La sparatoria, dove la macchina da presa di Hellman si muoveva insieme agli inseguitori e non dalla parte degli inseguiti. Per quanto sia efficace sotto il profilo narrativo, dato che le colline sono proprio l'unico obiettivo che si possono porre i fuggiaschi e oltre le quali dovrebbe essere loro concessa la “libertà”, il titolo italiano smarrisce nei fatti il potere metaforico e iconico dell'originale Ride in the Whirlwind. È infatti un turbine (whirlwind) quello in cui si trovano a cavalcare alla disperata Wes e Vern, e all'interno di questa inquieta corsa non esiste pace, ma solo brevi momenti di illusoria stasi. In questa chiave d'accesso al western che, più che ai classici conclamati, sembra guardare con i suoi turbamenti e il proprio senso di disperazione/dispersione a un capolavoro non troppo conosciuto come Alba fatale di William A. Wellman (1943), Hellman mette a punto alcuni dei temi centrali della sua poetica, dal viaggio verso il nulla alla scarnificazione mai pretestuosa del racconto, fino alla rinuncia completa a qualsiasi velleità eroica. In pochi nel sovvertimento della prassi hollywoodiana hanno avuto il coraggio di Hellman di disallinearsi anche dai compagni di ventura produttiva, alla ricerca di quel punto disperso nel nulla in cui ci si può illudere di essere ancora vivi, e liberi di vivere. Perché anche nel cinema, se ci si addormenta nei pressi dell'accampamento sbagliato, si rischia di essere messi (metaforicamente) a morte.
Categorie: Cinema

Women in US - Mannequin-Frammenti di una donna – Puzzle of a Downfall Child di Jerry Schatzberg (1970; 104'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

23/01/20

Women in US Mannequin-Frammenti di una donna – Puzzle of a Downfall Child di Jerry Schatzberg  (1970; 104'); v.o.sott.it Titolo originale: Puzzle of a Downfall Child Regia: Jerry Schatzberg Sceneggiatura: Adrian Joyce (Carol Eastman) Fotografia: Adam Holender Montaggio: Evan Lottman Scenografia: Richard Bianchi Suono: Sanford Rackow Musiche: Michael Small Interpreti: Faye Dunaway, Barry Primus, Viveca Lindfors, Barry Morse, Roy Scheider, Ruth Jackson, John Heffernan, Sydney Walker, Clark Burckhalter, Shirley Rich, Emerick Bronson, Joe George, John Eames, Harry Lee, Jane Halleran, Susan Willis, Barbara Carrera, Sam Schacht Produzione: John Foreman per Newman-Foreman Company, Jerrold Schatzberg Productions Durata: 104 minuti Prima proiezione: 16 dicembre 1970 Sinossi: Lou Andreas è una donna bellissima e a lungo ha lavorato come la modella. Quando la conosciamo, però, si è ritirata dalle passerelle, reduce da un esaurimento nervoso e dalla fine di una relazione, e si è rifugiata a vivere in un cottage in riva al mare. Qui la va a trovare Aaron, fotografo e amico, testimone di alcuni momenti della scintillante carriera di Lou: l'uomo vuole intervistarla per realizzare forse un film su di lei e sulle verità nascoste dietro il successo nella moda. Lou comincia così un racconto doloroso e sconnesso... L'esordio alla regia di Jerry Schatzberg, ai tempi importante fotografo (sua la foto di copertina di Blonde on Blonde di Bob Dylan) e reduce da una relazione con la protagonista del film, Faye Dunaway, che del resto aveva immortalato in vari scatti: uno di questi venne usato nel 2011 come manifesto del 64° Festival di Cannes quando Mannequin – Frammenti di una donna fu proiettato. E riscoperto, visto che questo prezioso lavoro del regista newyorchese, uno dei nomi centrali del cinema americano degli anni Settanta, non ha trovato lo spazio che merita nella memoria collettiva e cinefila. Schatzberg parte da qualcosa che conosceva bene, il mondo di lustrini frequentato per conto di Vogue e altre riviste femminili, scrivendo assieme alla sceneggiatrice di La sparatoria di Monte Hellman e Cinque pezzi facili di Rafelson, Carole Eastman (che si firmava virilmente Adrien Joyce), il ritratto frammentato di una modella. Con grande intelligenza Schatzberg sceglie una narrazione scomposta in istantanee e un'atmosfera onirica, due elementi che rendono impossibile la comprensione piena di una figura femminile ancora poco indagata dal cinema, quella della modella o della fotomodella appunto, donna splendida e sorta di divinità contemporanea ma non per questo padrona del proprio destino. Mannequin è un film del 1970 come Wanda di Barbara Loden: le sue protagoniste non potrebbero apparire più distanti, e certamente lo sono anche, ma hanno parecchi punti di contatto. Entrambe mancano di un'individualizzazione che prescinda dagli uomini e sbandano facendosi male. Soprattutto però entrambi i titoli testimoniano la presenza di un vuoto di senso più che una nuova affermazione della femminilità. Per Lou Andreas (un nome che ricalca quello di Lou von Salomé da sposata) la seduzione è un artificio in cui restare invischiati e smarrirsi, uno strumento che occorreva usare con maggior consapevolezza per mantenere memoria e identità. Se, forse, l'analisi psicologica della fragile protagonista/bambina può risentire dei 50 anni che ci separano dal film, non vanno sottostimate l'importanza del titolo sia per tante narrazioni che ruotano attorno alla psiche femminile sia per la traiettoria che porta la donna da oggetto a soggetto proprio in quegli anni e nell'universo della moda messo in scena in Mannequin. A tal fine si può citare la parabola che vede proprio Faye Dunaway passare dietro l'obiettivo della macchina fotografica, visto che l'attrice nel 1978 sarà la protagonista de Gli occhi di Laura Mars di Irvin Kershner: da modella perduta a fotografa dotata di visioni extrasensoriali che le permettono di prevedere delitti. E riconoscersi come persona.
Categorie: Cinema

Omaggio a Monte Hellman - Strada a doppia corsia – Two-Lane Blacktop di Monte Hellman (1971; 102'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

23/01/20

Omaggio a Monte Hellman Strada a doppia corsia  – Two-Lane Blacktop di Monte Hellman (1971; 102'); v.o.sott.it Titolo originale: Two-Lane Blacktop Regia: Monte Hellman Sceneggiatura: Will Corry, Rudolph Wurlitzer Fotografia: Jack Deerson Montaggio: Monte Hellman Suono: Charles T. Knight Musiche: Billy James Interpreti: Warren Oates, James Taylor, Laurie Bird, Dennis Wilson, Rudolph Wurlitzer, Bill Keller, Harry Dean Stanton, Don Samuels, Charles Moore, Alan Vint, George Mitchell, A.J. Solari, Katherine Squire, Melissa Hellman, James Mitchum, Kreag Caffey Produzione: Michael Laughlin per Michael Laughlin Enterprises Durata: 102 minuti Prima proiezione: 7 luglio 1971 Sinossi: Un giovane pilota e il suo sodale meccanico viaggiano per le strade degli Stati Uniti su di una Chevrolet truccata con cui fanno gare automobilistiche per raggranellare qualche soldo. Randagi e senza meta, i due incontrano un'autostoppista ugualmente alla deriva e le danno un passaggio: la ragazza andrà subito a letto con il meccanico ma la vera tensione erotica è tra lei e il pilota. Lungo le stesse miglia, poi, i tre incrociano più volte una Pontiac Gto con un bizzarro guidatore che finiranno per sfidare: la prima automobile che arriverà a Washington vincerà l'altra auto... Monte Hellman scende da cavallo e sale sulla macchina. Sulla scia del successo di Easy Rider (1969), che porta del resto a pieno compimento i tanti film sui bikers degli anni immediatamente precedenti, Hellman motorizza i suoi western esistenziali e vagabondi per entrare nell'abitacolo simbolico dell'America del Dopoguerra. La libertà di movimento diventa in un istante libertà di spogliarsi della Storia, delle parole, della relazione con gli altri e persino di avere un nome (nessuno nel film possiede un nome proprio) per perdersi per sempre nel gioco dello spazio privo di tempo e memoria, delle strade che portano ovunque e da nessuna parte in un Paese smarrito sotto ogni punto di vista. Strade a doppia corsia è una ballata che esalta sullo schermo quel “no direction home” cantato da Bob Dylan a metà degli anni Sessanta declinandolo in molti punti di fuga. Per esempio nei rapporti contratti e mai davvero esplicitati tra i tre giovani, interpretati da due musicisti (il pilota è il cantautore James Taylor, il meccanico è Dennis Wilson dei Beach Boys) e dalla splendida Laurie Bird; ma pure nello smarrimento generazionale del più “anziano” interpretato da Warren Oates, pilota della domenica che vorrebbe avere un'altra data di nascita. Se i primi parlano poco o nulla, il secondo parla in continuazione e reinventa la realtà senza neppure avvedersene, ma tutti cercano di essere tramite la potenza dei propri bolidi con cui far colpo anche sulle belle ragazze in un ritorno quasi primitivo dei rapporti maschio/femmina. Centrifugo è il campionario umano che incontriamo nelle gare e fortuiti gli incontri per i diner o le strade degli States (la “raccolta” degli autostoppisti da parte di Oates punteggia ironicamente il film dall'inizio alla fine), ma nulla ha mai reali conseguenze. Tutto scorre sotto le ruote, niente si stabilizza o formalizza e ogni passaggio è solo una tappa destinata a svanire lungo un viaggio che non porta da nessuna parte. In questo cammino per la Road to Nowhere (per citare non tanto i Talking Heads quanto l'ultimo film di Monte Hellman), quel che resta sono pulsioni ormai illeggibili e l'istintiva difficoltà di esprimere i propri desideri per l'atavico terrore di essere feriti. Le macchine si riparano più facilmente delle anime e i giovani uomini sembrano animaletti che non sanno più mettere mano a loro stessi e perciò sono diventati molto bravi con i carburatori. È invece in un sussulto emotivo che si trovano l'inizio e la fine di Strada a doppia corsia, titolo centrale della filmografia di Hellman, film venerato da schiere di registi e finalmente dal 2012 conservato come merita nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso. Tra le opere maggiori del cinema americano.
Categorie: Cinema

Il clan dei Barker – Bloody Mama di Roger Corman (1970; 90'); 35mm

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

23/01/20

Gangster&co. Il clan dei Barker – Bloody Mama di Roger Corman (1970; 90'); 35mm Titolo originale: Bloody Mama Regia: Roger Corman Sceneggiatura: Robert Thom Fotografia: John A. Alonzo Montaggio: Eve Newman Scenografia: Michael Ross Suono: Charles T. Knight Musiche: Don Randi Interpreti: Shelley Winters, Pat Hingle, Don Stroud, Diane Varsi, Bruce Dern, Clint Kimbrough, Robert De Niro, Robert Walden, Alex Nicol, Pamela Dunlap, Michael Fox, Scatman Crothers, Stacy Harris, Lisa Linsky, Steve Mitchell, Roy Idom, Frank Snell Produzione: Roger Corman, Samuel Z. Arkoff, James H. Nicholson per American International Pictures (AIP) Durata: 90 minuti Prima proiezione: 24 marzo 1970 Sinossi: Kate “Ma” Barker si dà al gangsterismo estremo assieme ai quattro figli: dopo aver mollato il marito, la ferale donna imbraccia il mitra, sale in macchina, rapina e sequestra persone cercando un riscatto impossibile nell'America a ridosso degli anni Trenta. I suoi figli edipicamente la amano e la temono, lei li adora e li tiranneggia con un atteggiamento ai limiti dell'incestuoso. In ogni caso il “clan” che hanno messo in piedi non può avere vita facile: la polizia è sulle loro tracce e loro non fanno nulla per evitare di lasciare una scia di sangue a ogni passo... Roger Corman non stava attendendo l'arrivo di Gangster Story per saltare negli anni Trenta munito di pistole. Ma certamente il film di Penn fornisce nuovi orizzonti persino a lui, leggendario re del cinema indipendente, antesignano di Easy Rider con i suoi motorcycle movies e sostenitore di fulgidi talenti (Demme, Bogdanovich, Scorsese e ovviamente Hellman tra gli altri) cui ai tempi prestava le sue doti da produttore. Precursore, galassia/mondo a se stante nel cinema americano, Corman non stava aspettando Gangster Story per affondare a ridosso della Depressione visto che un paio di mesi prima del film con la coppia Beatty/Dunaway nelle sale Usa era arrivato il suo Il massacro di San Valentino (1967): Chicago, Al Capone, il proibizionismo e una nota strage erano gli ingredienti di questo noir d'antan. Ma con Il clan dei Barker (1969) Corman raccoglie tutta la furia e la violenza della seconda parte del film di Penn per portarle al parossismo ed estenderle a una famiglia criminale. Kate “Ma” Barker è una donna arrabbiatissima con un sistema che vorrebbe sottometterla e a cui si ribella, è il capo di un clan formato dai suoi quattro figli maschi ed è assetata di sangue (il titolo originale è Bloody Mama, in cui “bloody” sta sia per “sanguinaria” che per “maledetta”). Diavolo che non ha tema di mandare allo sbaraglio quei figli con cui ha un rapporto un po' morboso (nella family troviamo anche un giovanissimo Robert De Niro, fragile figlio eroinomane), Kate “Ma” è interpretata da una Shelley Winters in forma strepitosa, con mitra a portata di mano e sguardo diabolico, pronta a scatenare un'orgia di proiettili. Sebbene Il clan dei Barker sia l'unico film diretto da Corman presente in questa retrospettiva, ritroviamo il suo multiforme ingegno anche come indispensabile supporter de La sparatoria e Le colline blu e come produttore di Cockfighter di Monte Hellman. Ritroviamo poi la casa di produzione con cui ha a lungo lavorato, l'American International Pictures, al timone di altri due titoli qui presenti ovvero Foxy Brown e soprattutto Dillinger di Milius, lavoro apparentato a Gangster Story per l'orizzonte storico-criminale e a Il clan dei Barker non solo per crudezza espressiva ma anche perché questo film di Corman fu prodotto dallo stesso regista sempre per l'Aip. Il film di Milius e il gioiello cormaniano sono due ottimi esempi per capire come le produzioni indipendenti e più laterali rispetto alle Major fossero in grado di prendere un titolo di successo, come il seminale film di Penn, cavalcandone ambientazioni e mitologie per (ri)portare al cinema il pubblico che lo aveva apprezzato e riscriverne l'elegante fattura in un linguaggio più sporco e brutale.
Categorie: Cinema

Omaggio a Monte Hellman - Cockfighter di Monte Hellman (1974; 83'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

24/01/20

Omaggio a Monte Hellman Cockfighter di Monte Hellman (1974; 83'); v.o.sott.it Titolo originale: Cockfighter Regia: Monte Hellman Sceneggiatura: Charles Willeford Fotografia: Néstor Almendros Montaggio: Lewis Teague, Monte Hellman Scenografia: Charles L. Hughes, Pat Mann Suono: Lee Alexander Musiche: Michael Franks Interpreti: Warren Oates, Harry Dean Stanton, Richard B. Shull, Ed Begley Jr., Laurie Bird, Patricia Pearcy, Steve Railsback Produzione: Roger Corman per New World Pictures Durata: 83 minuti Prima proiezione: 30 luglio 1974 Sinossi: Frank Mansfield si occupa di combattimento tra galli. Per alzare le quote degli scommettitori a suo favore decide di tagliare leggermente il becco del suo gallo: per ironia della sorte proprio questa scelta lo porterà alla sconfitta, per la quale perde tutti i soldi e perfino la roulotte. Torna dunque dalla sua fidanzata storica, che vorrebbe vederlo mettere la testa a posto; così non è, e Frank arriva a vendere la casa di famiglia per poter tornare nell'agone e partecipare, con il suo nuovo socio, ai campionati di combattimento dei galli... Stando alle parole di Roger Corman, che lo produsse attraverso la sua New World Pictures, Cockfighter fu l'unico film in cui investì denaro in tutti gli anni Settanta a non restituire indietro la somma con gli interessi del caso. Un insuccesso, insomma. Un flop, vera e propria onta per colui che ha scritto il libro Come ho fatto 100 film a Hollywood senza mai perdere un dollaro. Cento meno uno, verrebbe da dire. È davvero un peccato che il pubblico abbia voltato le spalle a un film come Cockfighter e se è possibile arrivare a comprenderne i motivi – il cinema si stava muovendo in un'altra direzione, nel 1974, rispetto a quella paventata da Monte Hellman – appare bizzarro che non si sia avuta l'accortezza nei quarant'anni successivi a rimediare a una così clamorosa svista. Perché, nel prendere spunto dal romanzo scritto nel 1962 da Charles Willeford (a sua volta responsabile della sceneggiatura), Hellman non solo apre uno squarcio, l'ennesimo, sull'America confusa e alla ricerca disperata di un senso da assegnare all'esistenza, ma si permette anche di fare un compendio e una riflessione sulla sua stessa filmografia. Basta vedere l'ingresso in scena del protagonista Frank Mansfield per rendersene conto: Warren Oates, qui alla terza delle quattro collaborazioni con il regista (l'ultima, quattro anni più tardi, sarà sul set italiano di Amore, piombo e furore), ha ancora dentro gli occhi il fiammeggiare eterno e disperato di GTO, il bizzarro pilota da lui interpretato nel precedente Two-Lane Blacktop. Nell'ossessione di Frank di vincere il campionato di combattimento tra galli e ottenere il riconoscimento di “Cockfighter of the Year” c'è in realtà il terrore di dover esperire il medesimo vuoto esistenziale che spinge GTO a muoversi di diner in diner, di highway in highway, rimorchiando a bordo del suo bolide chiunque e fingendosi sempre una persona diversa. La prima, grande e coraggiosa scelta di Hellman consiste nel fatto di privare il suo protagonista della dote più caratteristica: una voce profonda e indimenticabile. In Cockfighter Oates è muto, in virtù di un fioretto fatto nella speranza di raggiungere l'agognata vittoria finale. Una vittoria per la quale ha sacrificato ogni cosa, dagli affetti personali ai beni immobiliari. Nulla, nessun agio o attitudine borghese può rivaleggiare con la vittoria del campionato: l'evidenza dell'effimero, come spesso in Hellman, batte un effimero ben più subdolo, celato sotto le coltri della società. Diretto con uno stile secco e armonioso al medesimo tempo, Cockfighter è l'ultimo film della “Hollywood Renaissance” diretto da Hellman: con lui sul set, quasi ci fosse consapevolezza di questo, alcuni dei suoi fedelissimi da Laurie Bird a Harry Dean Stanton.
Categorie: Cinema

Gangster&co. - Dillinger di John Milius (1973; 103'); 35mm

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

24/01/20

Gangster&co. Dillinger di John Milius (1973; 103'); 35mm Regia: John Milius Sceneggiatura: John Milius Fotografia: Jules Brenner Montaggio: Fred R. Feitshans Jr. Scenografia: Trevor Williams Suono: Donald F. Johnson Musiche: Barry De Vorzon Interpreti: Warren Oates, Ben Johnson, Michelle Phillips, Cloris Leachman, Harry Dean Stanton, Geoffrey Lewis, John P. Ryan, Richard Dreyfuss, Steve Kanaly, John Martino, Roy Jenson, Read Morgan, Frank McRae, David Dorr, Roland Bob Harris, J. Edgar Hoover, Terry Leonard, Jerry Summers, Catherine Tambini Produzione: Buzz Feitshans per American International Pictures (AIP), F.P. Productions Durata: 103 minuti Prima proiezione: 19 giugno 1973 Sinossi: La vita e le imprese (da taluni considerate eroiche) di John Dillinger, con ogni probabilità il gangster più famoso nell'America colpita e stordita dalla Grande Depressione. Accompagnato da Homer Van Meter, Harry Pierpont e Charles Mackley, suoi fedeli sodali, Dillinger compie rapine a più non posso, sempre particolarmente orgoglioso delle proprie capacità criminali. La sua attività rientra tra gli interessi di Melvin Purvis, capo dell'ufficio FBI che lo ritiene tra i responsabili del cosiddetto Massacro di Kansas City... John Dillinger è, tra tutti i criminali che si diedero da fare dopo il crollo di Wall Street, quello la cui leggenda è rimasta maggiormente intatta nell'immaginario collettivo: lo dimostra, in una qualche misura, anche l'adattamento sulla sua figura portato a termine da Michael Mann in Nemico pubblico, dove si rinnova l'idea del gangster gentiluomo che lo elesse a novello Robin Hood. Era inevitabile che, sull'onda lunga del successo di Arthur Penn dedicato alle gesta di Bonnie e Clyde, la Hollywood in pieno “rinascimento” decidesse di concentrare l'attenzione anche su di lui. Ed è altrettanto inevitabile, osservando lo scenario a posteriori, che a dirigere un film su Dillinger sia stato John Milius, il più romantico e idealista dei registi del periodo, quello meno incline alla rilettura cinica, sarcastica o entomologica – come invece sarà per Robert Altman con Gang o Terrence Malick con La rabbia giovane – del gangster-movie. Eppure Milius arrivò a lavorare sul set per una pura concatenazione di cause. Esordiente alla regia, il ventinovenne Milius si era però fatto un nome rispettabile per le sue sceneggiature: aveva infatti già venduto a Hollywood gli script che sarebbero diventati Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Sydney Pollack e L'uomo dai 7 capestri di John Huston. Insoddisfatto della resa finale di entrambi i film, Milius desiderava esordire alla regia. L'occasione gliela fornì l'AIP di Samuel Z. Arkoff (casa di produzione fondamentale per comprendere il periodo storico del cinema statunitense: tra i film che diede alla luce anche Bloody Mama di Roger Corman e Foxy Brown di Jack Hill), che lo pose di fronte a una scelta tra Blacula, Black Mama, White Mama e un non meglio precisato film di gangster. Così nacque Dillinger, fiammeggiante e cupissimo dramma umano – prima ancora che noir – in cui Milius mette in scena un antieroe che si muove all'interno di una società malsana, malata e in cui la violenza nasce spesso dalle stesse forze dell'ordine. Facendo delle ristrettezze di budget il suo punto fermo l'esordiente regista lavora immagini crude, realistiche, eppure ammantate da un candore quasi fordiano, con lo strepitoso Warren Oates che incarna Dillinger a metà tra i boss à la Cagney e i cowboy di John Wayne. Ne viene fuori un'opera continuamente dialettica, come ben sintetizza il post-scriptum di J. Edgar Hoover alla fine dei titoli di coda: “Dillinger era un ratto di cui il Paese fu fortunato a sbarazzarsi, e io non autorizzo alcuna rilettura fascinosa di Hollywood di questo parassita. Questo tipo di mendacia romantica può solo portare i giovani più fuori strada di quanto non siano già, e non ne voglio fare parte”.
Categorie: Cinema

Women in US - Wanda di Barbara Loden (1970; 103') – 35mm; v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

24/01/20

Women in US Wanda di Barbara Loden (1970; 103') – 35mm; v.o.sott.it Titolo originale: Wanda Regia: Barbara Loden Sceneggiatura: Barbara Loden Fotografia: Nicholas T. Proferes Montaggio: Nicholas T. Proferes Suono: Lars Hedman Interpreti: Barbara Loden, Michael Higgins, Dorothy Shupenes, Peter Shupenes, Jerome Thier, Marian Thier, Anthony Rotell, M.L. Kennedy, Gerald Grippo, Milton Gittleman, Lila Gittleman, Arnold Kanig, Joe Dennis, Charles Dosinan, Jack Ford, Rozamond Peck, Susan Clark, Linda Clark, Bill Longworth, Frank Jourdano, Valerie Mamches, Pete Richman, Ed Somavitch, Nicholas T. Proferes Produzione: Harry Shuster per Foundation for Filmakers Durata: 103 minuti Prima proiezione: 21 agosto 1970 Sinossi: Una casalinga infelice, Wanda, divorzia dal marito ma nella Pennsylvania rurale in cui vive non ha grandi prospettive, superati i 30 anni e priva ormai dell'unica struttura che le dava un'identità sociale. Sola e dopo aver rinunciato persino ai figli, la donna non ha in effetti alcuna meta e si perde tra cinema e bar, venendo derubata o conoscendo nuovi uomini. Tra questi c'è Norman, piccolo rapinatore cui Wanda si attacca morbosamente: lui la tiranneggia come un manipolatore violento ma la fa anche sentire speciale in quanto sua“complice” per un colpo in banca... Uno straordinario pezzo unico, capace di rivelare un talento cristallino e raccontare la condizione femminile da una prospettiva genuinamente femminile: Wanda è infatti il solo titolo diretto dall'attrice Barbara Loden che ne è anche eccellente interprete. Girato in 16mm e a bassissimo budget, il film guarda al documentario e al cinema d'avanguardia tanto che la regista dichiarò di aver avuto in mente lo stile di Andy Warhol. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1970, Wanda segue le disavventure di una donna che abbandona marito e figli per attraversare il proprio disagio interiore: l'emancipazione è lontana anni luce e l'essere solo donna un terreno inesplorato. Il risultato è un film che non teme di affrontare malesseri, contraddizioni, ambiguità, mettendo in evidenza le disparità di genere e i ruoli cristallizzati da cui nasce un'assenza di identità, una crisi del femminile: la Loden descrisse Wanda come una persona che ignora perché esiste e dunque passa da una cosa all'altra sottomettendosi in maniera mansueta quando trova un appiglio. Proprio come un animale. Non più madre e non più moglie, Wanda non sa cosa vuole e durante il film le sue scelte pulsionali la spogliano a poco a poco quasi del tutto di una cosciente autodeterminazione. Smentendo l'idea che la rivoluzione degli anni Sessanta abbia coinvolto realmente il sostrato più profondo del Paese e i rapporti tra i sessi, Wanda scandaglia paesaggi umani e fisici di un'America confusa, di una società che si dimena tra le convenzioni conservatrici e l'istintiva necessità di riconfigurare relazioni e percezioni. Ferino e brutale, Wanda si potrebbe vedere come la storia di una Bonnie Parker che non incontra un Clyde Barrow e che perciò non è destinata ad alcuna forma di eroismo. Ma Wanda sembra anche una Blanche DuBois cui non è destinato neppure il manicomio (la Loden era la moglie di Elia Kazan, regista della versione cinematografica di Un tram che si chiama desiderio) mentre va forse segnalato che l'attrice nel 1964 fu interprete a teatro di Maggie in quell'After the Fall che Arthur Miller scrisse traendo più che ispirazione dall'ex consorte, la defunta Marilyn Monroe. Ben lungi dall'affermare un'immagine della donna liberata, la Loden nel suo magnifico film muove scrittura e regia su di una direttrice disperata verso un cul de sac ricorsivo da cui ancora non può scaturire alcun riscatto (la critica Paulene Kael scrisse che Wanda era così squallido da far sembrare Émile Zola un autore di commedie). Unanimemente considerato una pietra miliare del cinema femminile e femminista, fin dalla sua uscita trovò un deciso plauso critico internazionale. Un film imperdibile.
Categorie: Cinema

Women in US - La prima volta di Jennifer – Rachel, Rachel di Paul Newman (1968; 110'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

24/01/20

Women in US La prima volta di Jennifer – Rachel, Rachel di Paul Newman (1968; 110'); v.o.sott.it Titolo originale: Rachel, Rachel Regia: Paul Newman Sceneggiatura: Stewart Stern Fotografia: Gayne Rescher Montaggio: Dede Allen Scenografia: Robert Gundlach Suono: Jack Jacobsen Musiche: Jerome Moross Interpreti: Joanne Woodward, James Olson, Kate Harrington, Estelle Parsons, Donald Moffat, Terry Kiser, Frank Corsaro, Bernard Barrow, Geraldine Fitzgerald, Nell Potts, Shawn Campbell, Violet Dunn, Beatrice Pons, Dortha Duckworth, Simm Landres, Izzy Singer, Tod Engle, Connie Robinson, Sylvia Shipman, Larry Fredericks, Bruno Engler, Wendell P. MacNeal IV, Pete Bostrom Produzione: Paul Newman per Kayos Productions Durata: 110 minuti Prima proiezione: 26 agosto 1968 Sinossi: Rachel Cameron è stata una bambina solitaria, figlia di un becchino e di una donna priva di attenzioni. Sono passati gli anni, ma la situazione non è poi cambiata un granché: ora trentacinquenne Rachel è un'insegnante e vive ancora con la madre, nella casa sopra l'agenzia di pompe funebri che era appartenuta al padre. Donna solitaria e molto timida, Rachel affronta le vacanze estive con poco slancio e un gran senso di noia. La sua collega e amica Calla la convince però a partecipare a un incontro con un predicatore di passaggio... Jennifer Cameron, incomprensibile invenzione tutta dell'edizione italiana visto e considerato che in originale il nome della protagonista è Rachel (e lo sottolinea perfino il titolo originale), è cresciuta circondata da bare e in una bara si sente ancora a trentacinque anni di età. Una bara che si chiama società e che è altrettanto soffocante, asfittica, priva di vie di fuga o di scampo, all'apparenza. Jennifer è un personaggio centrale se si vuol prendere in esame l'evoluzione della messa in scena della donna nel cinema hollywoodiano in odor di rinnovamento, anticipando quel desiderio di fuga e quel senso di oppressione supremo, quasi aprioristico, che sarà il minimo comun denominatore di molte sceneggiature. Sono sue sorelle – minori, almeno stando alla cronologia produttiva – anche alcune delle protagoniste della rassegna, dalla Wanda raccontata da Barbara Loden alla Natalie Ravenna di Non torno a casa stasera di Francis Ford Coppola: anime irrequiete, dominate da un giudizio preventivo che le vuole incasellate in un ordine già costituito e che non può – non deve – essere messo in discussione. È stato dimenticato piuttosto in fretta Rachel, Rachel, che in italiano si disperde in un anonimo La prima volta di Jennifer, come se si volesse spostare l'attenzione solo su uno degli aspetti della trama, vale a dire la perdita della verginità. Ma in realtà la “prima volta” di Paul Newman, che mai aveva diretto un lungometraggio e da lì alla fine della carriera ne porterà a termine altri quattro, è un'opera ben più centrale di quanto si possa pensare. Nella sua ricerca di un'asciuttezza formale che distenda il tempo, nei fatti raggelandolo, c'è già quello sguardo verso l'autorialità europea che sarà uno dei motivi dominanti della nuova onda a stelle e strisce; così come il racconto di una femminilità auto-castrata che preferisce fingersi morta che affrontare i turbinii della vita, anticipatore della messa a fuoco della teoria della liberazione del corpo e del costrutto mentale (e morale, e politico) della donna. Se non si serba più memoria di questo piccolo e prezioso gioiello è con ogni probabilità proprio per la sua esibita austerità, lontana da manicheismi e svolazzi estetizzanti. Un'opera che matura durante il proprio svolgimento, seguendo il destino di Jennifer, e il suo percorso di emancipazione tanto dal mondo maschile quanto dalla prammatica borghese. Newman affermò di essere riuscito a mettere insieme il denaro necessario per produrre il film – tratto da un romanzo di Margaret Laurence e sceneggiato da Stewart Stern, noto all'epoca per lo script di Gioventù bruciata – grazie ai compensi per aver prestato il volto alla pubblicità del J&B. Ennesima dimostrazione di totale volontà d'indipendenza, indispensabile per condurre in porto un'operazione produttiva così singolare ed estrema. Insieme all'interpretazione sublime di Joanne Woodward, per la quale l'attrice ricevette una candidatura agli Oscar, battuta dall'ex-aequo tra Katharine Hepburn e Barbra Streisand, rispettivamente per Il leone d'inverno e Funny Girl.
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