Cinema

Women in US - Wanda di Barbara Loden (1970; 103') – 35mm; v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

24/01/20

Women in US Wanda di Barbara Loden (1970; 103') – 35mm; v.o.sott.it Titolo originale: Wanda Regia: Barbara Loden Sceneggiatura: Barbara Loden Fotografia: Nicholas T. Proferes Montaggio: Nicholas T. Proferes Suono: Lars Hedman Interpreti: Barbara Loden, Michael Higgins, Dorothy Shupenes, Peter Shupenes, Jerome Thier, Marian Thier, Anthony Rotell, M.L. Kennedy, Gerald Grippo, Milton Gittleman, Lila Gittleman, Arnold Kanig, Joe Dennis, Charles Dosinan, Jack Ford, Rozamond Peck, Susan Clark, Linda Clark, Bill Longworth, Frank Jourdano, Valerie Mamches, Pete Richman, Ed Somavitch, Nicholas T. Proferes Produzione: Harry Shuster per Foundation for Filmakers Durata: 103 minuti Prima proiezione: 21 agosto 1970 Sinossi: Una casalinga infelice, Wanda, divorzia dal marito ma nella Pennsylvania rurale in cui vive non ha grandi prospettive, superati i 30 anni e priva ormai dell'unica struttura che le dava un'identità sociale. Sola e dopo aver rinunciato persino ai figli, la donna non ha in effetti alcuna meta e si perde tra cinema e bar, venendo derubata o conoscendo nuovi uomini. Tra questi c'è Norman, piccolo rapinatore cui Wanda si attacca morbosamente: lui la tiranneggia come un manipolatore violento ma la fa anche sentire speciale in quanto sua“complice” per un colpo in banca... Uno straordinario pezzo unico, capace di rivelare un talento cristallino e raccontare la condizione femminile da una prospettiva genuinamente femminile: Wanda è infatti il solo titolo diretto dall'attrice Barbara Loden che ne è anche eccellente interprete. Girato in 16mm e a bassissimo budget, il film guarda al documentario e al cinema d'avanguardia tanto che la regista dichiarò di aver avuto in mente lo stile di Andy Warhol. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1970, Wanda segue le disavventure di una donna che abbandona marito e figli per attraversare il proprio disagio interiore: l'emancipazione è lontana anni luce e l'essere solo donna un terreno inesplorato. Il risultato è un film che non teme di affrontare malesseri, contraddizioni, ambiguità, mettendo in evidenza le disparità di genere e i ruoli cristallizzati da cui nasce un'assenza di identità, una crisi del femminile: la Loden descrisse Wanda come una persona che ignora perché esiste e dunque passa da una cosa all'altra sottomettendosi in maniera mansueta quando trova un appiglio. Proprio come un animale. Non più madre e non più moglie, Wanda non sa cosa vuole e durante il film le sue scelte pulsionali la spogliano a poco a poco quasi del tutto di una cosciente autodeterminazione. Smentendo l'idea che la rivoluzione degli anni Sessanta abbia coinvolto realmente il sostrato più profondo del Paese e i rapporti tra i sessi, Wanda scandaglia paesaggi umani e fisici di un'America confusa, di una società che si dimena tra le convenzioni conservatrici e l'istintiva necessità di riconfigurare relazioni e percezioni. Ferino e brutale, Wanda si potrebbe vedere come la storia di una Bonnie Parker che non incontra un Clyde Barrow e che perciò non è destinata ad alcuna forma di eroismo. Ma Wanda sembra anche una Blanche DuBois cui non è destinato neppure il manicomio (la Loden era la moglie di Elia Kazan, regista della versione cinematografica di Un tram che si chiama desiderio) mentre va forse segnalato che l'attrice nel 1964 fu interprete a teatro di Maggie in quell'After the Fall che Arthur Miller scrisse traendo più che ispirazione dall'ex consorte, la defunta Marilyn Monroe. Ben lungi dall'affermare un'immagine della donna liberata, la Loden nel suo magnifico film muove scrittura e regia su di una direttrice disperata verso un cul de sac ricorsivo da cui ancora non può scaturire alcun riscatto (la critica Paulene Kael scrisse che Wanda era così squallido da far sembrare Émile Zola un autore di commedie). Unanimemente considerato una pietra miliare del cinema femminile e femminista, fin dalla sua uscita trovò un deciso plauso critico internazionale. Un film imperdibile.
Categorie: Cinema

Women in US - La prima volta di Jennifer – Rachel, Rachel di Paul Newman (1968; 110'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

24/01/20

Women in US La prima volta di Jennifer – Rachel, Rachel di Paul Newman (1968; 110'); v.o.sott.it Titolo originale: Rachel, Rachel Regia: Paul Newman Sceneggiatura: Stewart Stern Fotografia: Gayne Rescher Montaggio: Dede Allen Scenografia: Robert Gundlach Suono: Jack Jacobsen Musiche: Jerome Moross Interpreti: Joanne Woodward, James Olson, Kate Harrington, Estelle Parsons, Donald Moffat, Terry Kiser, Frank Corsaro, Bernard Barrow, Geraldine Fitzgerald, Nell Potts, Shawn Campbell, Violet Dunn, Beatrice Pons, Dortha Duckworth, Simm Landres, Izzy Singer, Tod Engle, Connie Robinson, Sylvia Shipman, Larry Fredericks, Bruno Engler, Wendell P. MacNeal IV, Pete Bostrom Produzione: Paul Newman per Kayos Productions Durata: 110 minuti Prima proiezione: 26 agosto 1968 Sinossi: Rachel Cameron è stata una bambina solitaria, figlia di un becchino e di una donna priva di attenzioni. Sono passati gli anni, ma la situazione non è poi cambiata un granché: ora trentacinquenne Rachel è un'insegnante e vive ancora con la madre, nella casa sopra l'agenzia di pompe funebri che era appartenuta al padre. Donna solitaria e molto timida, Rachel affronta le vacanze estive con poco slancio e un gran senso di noia. La sua collega e amica Calla la convince però a partecipare a un incontro con un predicatore di passaggio... Jennifer Cameron, incomprensibile invenzione tutta dell'edizione italiana visto e considerato che in originale il nome della protagonista è Rachel (e lo sottolinea perfino il titolo originale), è cresciuta circondata da bare e in una bara si sente ancora a trentacinque anni di età. Una bara che si chiama società e che è altrettanto soffocante, asfittica, priva di vie di fuga o di scampo, all'apparenza. Jennifer è un personaggio centrale se si vuol prendere in esame l'evoluzione della messa in scena della donna nel cinema hollywoodiano in odor di rinnovamento, anticipando quel desiderio di fuga e quel senso di oppressione supremo, quasi aprioristico, che sarà il minimo comun denominatore di molte sceneggiature. Sono sue sorelle – minori, almeno stando alla cronologia produttiva – anche alcune delle protagoniste della rassegna, dalla Wanda raccontata da Barbara Loden alla Natalie Ravenna di Non torno a casa stasera di Francis Ford Coppola: anime irrequiete, dominate da un giudizio preventivo che le vuole incasellate in un ordine già costituito e che non può – non deve – essere messo in discussione. È stato dimenticato piuttosto in fretta Rachel, Rachel, che in italiano si disperde in un anonimo La prima volta di Jennifer, come se si volesse spostare l'attenzione solo su uno degli aspetti della trama, vale a dire la perdita della verginità. Ma in realtà la “prima volta” di Paul Newman, che mai aveva diretto un lungometraggio e da lì alla fine della carriera ne porterà a termine altri quattro, è un'opera ben più centrale di quanto si possa pensare. Nella sua ricerca di un'asciuttezza formale che distenda il tempo, nei fatti raggelandolo, c'è già quello sguardo verso l'autorialità europea che sarà uno dei motivi dominanti della nuova onda a stelle e strisce; così come il racconto di una femminilità auto-castrata che preferisce fingersi morta che affrontare i turbinii della vita, anticipatore della messa a fuoco della teoria della liberazione del corpo e del costrutto mentale (e morale, e politico) della donna. Se non si serba più memoria di questo piccolo e prezioso gioiello è con ogni probabilità proprio per la sua esibita austerità, lontana da manicheismi e svolazzi estetizzanti. Un'opera che matura durante il proprio svolgimento, seguendo il destino di Jennifer, e il suo percorso di emancipazione tanto dal mondo maschile quanto dalla prammatica borghese. Newman affermò di essere riuscito a mettere insieme il denaro necessario per produrre il film – tratto da un romanzo di Margaret Laurence e sceneggiato da Stewart Stern, noto all'epoca per lo script di Gioventù bruciata – grazie ai compensi per aver prestato il volto alla pubblicità del J&B. Ennesima dimostrazione di totale volontà d'indipendenza, indispensabile per condurre in porto un'operazione produttiva così singolare ed estrema. Insieme all'interpretazione sublime di Joanne Woodward, per la quale l'attrice ricevette una candidatura agli Oscar, battuta dall'ex-aequo tra Katharine Hepburn e Barbra Streisand, rispettivamente per Il leone d'inverno e Funny Girl.
Categorie: Cinema

Gangster&co. - I killers della luna di miele – The Honeymoon Killers di Leonard Kastle (1969; 110'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

25/01/20

Gangster&co. I killers della luna di miele – The Honeymoon Killers di Leonard Kastle (1969; 110'); v.o.sott.it Titolo originale: The Honeymoon Killers Regia: Leonard Kastle Sceneggiatura: Leonard Kastle Fotografia: Oliver Wood Montaggio: Richard Brophy, Stanley Warnow Suono: Fred Kamiel Interpreti: Shirley Stoler, Tony Lo Bianco, Mary Jane Higby, Doris Roberts, Kip McArdle, Marilyn Chris, Dortha Duckworth, Barbara Cason, Ann Harris, Mary Breen, Elsa Raven, Mary Engel, Guy Sorel, Michael Haley, Diane Asselin, William Adams, Eleanor Adams Produzione: Warren Steibel per Roxanne Company Durata: 110 minuti Prima proiezione: 4 febbraio 1970 Sinossi: Le gesta di una coppia di serial killer americani realmente esistiti partono dall'incontro dapprima epistolare poi carnale tra Martha Beck, infermiera nubile con ormai scarse speranze di accasarsi, e Ray Fernandez, playboy che vive truffando anziane signore sole. Desiderosa di cambiare vita, Martha lascia tutto e si unisce alle prodezze dell'uomo divenendo sua complice. Lui continuerà a trarre in inganno le donne, chiedendone la mano per poi derubarle, lei fingerà di essere sua sorella a patto che Ray non abbia mai alcun rapporto sessuale con le future vittime... Noti come “lonely hearts killers”, assassini di cuori solitari, i veri Raymond Fernandez e Martha Beck morirono l'8 marzo del 1951 sulla sedia elettrica e fino all'ultimo – almeno così riportano le cronache – non smisero di scambiarsi sguardi amorosi e complici. La coppia di psicopatici compì i propri misfatti nel secondo Dopoguerra, ma il folgorante e unico film del compositore Leonard Kastle sposta l'azione agli anni Sessanta rendendola contemporanea, più folle e incongrua. Il produttore televisivo Warren Steibel voleva realizzare un film indipendente sul caso che aveva fatto un certo scalpore nel Paese e assunse il poco più che debuttante Martin Scorsese (nel 1967 aveva esordito con Chi sta bussando alla mia porta) per dirigerlo. L'approccio di Scorsese si rivelò poco funzionale ai circa 200.000 dollari di budget: pare infatti che il regista fosse troppo scrupoloso e il produttore decise, dopo un pomeriggio impiegato a inquadrare bene una lattina di birra, che gli serviva qualcun altro e così lo licenziò. Il suo posto fu preso in seguito a varie vicissitudini da Kastle, che di lavoro faceva (e poi farà) il musicista ma che, anche grazie al magnifico bianco e nero della fotografia di Oliver Wood, riuscì a realizzare un film elegante e spiazzante. I killers della luna di miele fa infatti del grottesco una delle sue note dominanti, quasi fosse percorso da una corrente sotterranea di black comedy, pur mantenendo rigore e brutalità. Steibel e Kastle si ispirarono soprattutto al cinema europeo d'autore, la stessa matrice che Benton e Newman “usarono” per scrivere Gangster Story. Eppure per Kastle I killers della luna di miele doveva essere una “confutazione assoluta” del lavoro di Penn: laddove Beatty e Dunaway erano fascinosi omicidi, Martha e Ray (interpretati dalla corpulenta Shirley Stoler e da Tony Lo Bianco che poi diventerà un volto ricorrente in diverse crime stories) sono sordidi, ridicoli, goffi, il loro “amore” non ha niente di romantico ma è fondato sulla psicopatologia e nutrito di morbosità. Un lavoro, dunque, che non riprende il mood di Penn, ma che al contrario si pone come antitesi pur cercando tra le pieghe dell'amour fou la radice di delitti efferati e desideri di evasione da una vita ordinaria. Il film guadagnò subito il plauso critico negli Usa e piacque molto in Europa (Truffaut in particolare ne fu entusiasta), ma al botteghino il piatto pianse. I killers della luna di miele rimase così nel tempo un film di culto: solo a distanza di una ventina d'anni dall'uscita venne ristampato e ricominciò a circuitare. Il suo stile – sospeso tra Nouvelle Vague e racconto americano – risulta ancora oggi particolarmente originale e di una modernità sorprendente.
Categorie: Cinema

Omaggio a Monte Hellman - Io sono il più grande – The Greatest di Monte Hellman e Tom Gries (1977; 101'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

25/01/20

Omaggio a Monte Hellman Io sono il più grande – The Greatest di Monte Hellman e Tom Gries (1977; 101'); v.o.sott.it Titolo originale: The Greatest Regia: Monte Hellman, Tom Gries Sceneggiatura: Ring Lardner Jr. Fotografia: Harry Stradling Jr. Montaggio: Byron Brandt Scenografia: Robert S. Smith Suono: Bob Biggart Musiche: Michael Masser Interpreti: Muhammad Ali, Ernest Borgnine, John Marley, Robert Duvall, Lloyd Haynes, David Huddlestone, Ben Johnson, James Earl Jones, Dina Merrill, Roger E. Mosley, Paul Winfield, Annazette Chase, Mira Waters, Drew Bundini Brown, Malachi Throne, Richard Venture, Chip McAllister Produzione: John Marshall per British Lion Films Durata: 101 minuti Prima proiezione: 19 maggio 1977 Sinossi: Quando il film inizia Muhammad Ali si chiama ancora Cassius Clay, e non ha aderito alla Nation of Islam di Elijah Muhammad. È il 1960, ha diciotto anni, e al Palazzo dello Sport di Roma diventa campione olimpico nella categoria dei mediomassimi sconfiggendo in finale il polacco Zbigniew Pietrzykowski. Da qui inizia il (quasi) documentario, che segue il pugile attraverso successi sportivi e prese di posizione politiche. Perché la vita di questo grande sportivo si è mossa di pari passo con la Storia degli Stati Uniti, tra utopia e repressione... Può apparire bizzarra la presenza di The Greatest all'interno di un omaggio al cinema di Monte Hellman, visto e considerato che molti archivi non lo inseriscono neanche all'interno della filmografia dell'autore di La sparatoria, Le colline blu e Strada a doppia corsia. In effetti il vero regista del film in questione è da considerare Tom Gries (che qualcuno potrebbe ricordare per titoli come El Verdugo e Io non credo a nessuno), che lavorò a partire dal libro biografico The Greatest: My Own Story, scritto a quattro mani da Muhammad Ali e Richard Durham, con supervisione di Toni Morrison. Gries, mentre era in dirittura d'arrivo per completare l'opera, fu colpito da infarto del miocardio mentre si trovava a giocare su un campo da tennis, e morì in ospedale. La British Lion Films, che aveva investito ingenti somme di denaro in un progetto a dir poco ambizioso – quello di raccontare la storia di un mito dello sport e della cultura statunitensi facendo interpretare allo stesso protagonista le parti ricreate attraverso la finzione scenica –, si rivolse dunque a Monte Hellman che di fatto provvide soprattutto a “chiudere” il film, limando il lavoro in post-produzione e cercando di dare organicità, insieme al montatore Byron 'Buzz' Brandt, al materiale. Ironia della sorte: Hellman, costretto eternamente a combattere per riuscire a trasformare in immagini le proprie storie, si troverà di nuovo nella scomoda posizione di sostituire un regista defunto quando, nel 1979, porterà a termine Avalanche Express in vece di Mark Robson, vittima di un colpo apoplettico (su quel set, per alcuni “maledetto”, morirà d'infarto anche Robert Shaw). Privo, per fin troppo ovvie ragioni, della poetica autoriale di Hellman, Io sono il più grande resta comunque un grande affresco di un'era di speranza e rinnovamento per gli Stati Uniti d'America, e anche un curioso esempio di come la finzione e la realtà documentaria possano compenetrarsi a tal punto da sovrapporsi l'una all'altra. Tra il grande pugile che interpreta se stesso e brandelli della sua vita, James Earl Jones nei panni di Malcolm X, Ernest Borgnine che fa Angelo Dundee e Roger E. Mosley che interpreta Sonny Liston lo spettatore non potrà che uscire parzialmente ubriaco dalla visione, quella di una nazione che preferisce fingere se stessa per raccontarsi piuttosto che cedere alla lusinga del vero. In questo senso perfetta appare in ogni caso la scelta di Hellman come ufficiale testamentario dell'opera, e suo ideale “compilatore”. Un regista che, come insegnava Cassius Clay/Muhammad Ali, vola come una farfalla e punge come un'ape.
Categorie: Cinema

Gangster&co. - Gang – Thieves Like Us di Robert Altman (1974; 123'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

26/01/20

Gangster&co. Gang – Thieves Like Us di Robert Altman (1974; 123'); v.o.sott.it Titolo originale: Thieves Like Us Regia: Robert Altman Sceneggiatura: Robert Altman, Joan Tewkesbury, Calder Willingham Fotografia: Jean Boffety Montaggio: Lou Lombardo Scenografia: Marty Wunderlich Suono: Don Matthews Interpreti: Keith Carradine, Shelley Duvall, John Schuck, Bert Remsen, Louise Fletcher, Ann Latham, Tom Skerritt, Al Scott, John Roper, Mary Waits, Rodney Lee, William Watters, Joan Tewkesbury, Eleanor Matthews, Pam Warner, Suzanne Majure, Walter Cooper, Lloyd Jones, Matthew R. Altman, Sim Dulaney Produzione: Robert Altman per George Litto Productions Durata: 123 minuti Prima proiezione: 11 febbraio 1974 Sinossi: Mississippi, 1936. Nonostante sia molto giovane Bowie è già un ospite delle patrie galere, colpevole d'omicidio. Assieme ai suoi compagni di “catene”, T-Dub e Chicamaw, riesce però a evadere: con loro riprende immediatamente l'attività criminale, dandosi anima e corpo alle rapine. Il rifugio dei tre è la casa in cui vivono la cognata di T-Dub e le sue figlie, per la maggiore delle quali T-Dub prova un'attrazione morbosa. Quando viene ferito in un incidente d'auto, Bowie viene accudito dalla figlia di un benzinaio, Keechie, con la quale inizia una relazione... Gangster Story di Arthur Penn ha la sua première nell'agosto del 1967. Neanche sette anni più tardi, nel febbraio del 1974, tutto sembra già volto inesorabilmente verso la sconfitta, la perdita dell'ideale, la disillusione. Il merito di questa nuova tinteggiatura nell'affresco della Grande Depressione va distribuito tra molti registi, dal John Milius di Dillinger al mirabile Terrence Malick di La rabbia giovane, ma nessuno con ogni probabilità riesce a teorizzarlo quanto Robert Altman. Gang, traduzione un po' semplicistica dell'originale Thieves Like Us (che riprende il titolo del romanzo di Edward Anderson, morto nel 1969, già trasposto sullo schermo nel 1948 da Nicholas Ray ne La donna del bandito), procede in un'asettica, chirurgica e millimetrica dissezione del genere degli “innamorati criminali”, sovvertendo ogni regola e ribaltando continuamente, e con il consueto spirito beffardo e anarcoide di Altman, la prospettiva considerata consona. L'operazione condotta in porto dal regista di M.A.S.H. e Anche gli uccelli uccidono si muove in una triplice direzione. Le prime due riguardano la volontà di “smentire” il passato consolidato, sia quello letterario – il romanzo di Anderson – che cinematografico, vale a dire il gangster-movie classico à la Ray. Così, mentre l'accento ne La donna del bandito è messo sulla storia d'amore tra Bowie e Keechie alimentando l'idea dei giovani e maledetti la cui unione può scardinare le regole della società, in Gang l'aspetto romantico viene continuamente svilito. Non c'è adesione alla relazione tra i due, che per di più occupa solo una parte residuale dell'intero impianto scenico: Keechie (Shelley Duvall) dopotutto scampa al barbaro destino riservato a Bowie (Keith Carradine) solo per il suo desiderio insano di andare a comprare una bevanda. Ma è soprattutto nella dialettica interna alla produzione contemporanea che Altman decide di muoversi in una direzione del tutto personale: nonostante l'ambientazione storica, l'America della Grande Depressione resta fuori dalla porta, rievocata quasi esclusivamente da elementi esterni come i discorsi che il presidente Franklin Delano Roosevelt rivolge a un Paese che del resto Altman tende ad annientare con i paesaggi mortuari del Mississippi e i resti di una società rurale incapace di svilupparsi. Del genere sorto a nuova vita con il capolavoro di Penn, infine, non c'è pressoché nulla: né sparatorie né dinamiche di gruppo, e neanche fughe disperate o esaltanti. Come sberleffo finale Altman decide di chiudere Gang ricorrendo a sua volta al ralenti, ma l'enfasi che il gesto di montaggio regalava a Gangster Story si trasforma in un angosciante quadro congelato su una folla in ascesa verso il nulla e inconsapevole di esserlo.
Categorie: Cinema

Omaggio a Monte Hellman - Amore, piombo e furore di Monte Hellman (1978; 92'); 35mm

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

26/01/20

Omaggio a Monte Hellman Amore, piombo e furore di Monte Hellman (1978; 92'); 35mm Titolo internazionale: China 9, Liberty 37 Regia: Monte Hellman Sceneggiatura: Ennio De Concini, Vincente Escrivà Soriano Fotografia: Giuseppe Rotunno Montaggio: Cesare D'Amico Scenografia: Luciano Spadoni Suono: Carlo Palmieri Musiche: Pino Donaggio Interpreti: Fabio Testi, Warren Oates, Jenny Agutter, Sam Peckinpah, Isabel Mestres, Gianrico Tondinelli, Franco Interlenghi, Charly Bravo, Paco Benlloch, Natalia Kim, Ivonne Sentis, Romano Puppo, Luis Prendes, Helga Liné, Mattieu Ettori, Luis Barboo Produzione: Gianni Bozzacchi, Valerio De Paolis per Compagnia Europea Cinematografica, Aspa Producciones Durata: 92 minuti Prima proiezione: 4 agosto 1978 Sinossi: Clayton Drumm è un cowboy che sta per essere impiccato; se riesce a scampare all'esecuzione è solo perché accetta per conto di una compagnia ferroviaria di uccidere Matthew Sebanek, un agricoltore che si rifiuta di vendere il proprio terreno. Drumm raggiunge il ranch dove conosce non solo Sebanek ma anche sua moglie, la giovane e splendida Catherine, che si innamora del cowboy. Sebanek stringe amicizia con Drumm, ma quando si rende conto che i due hanno una relazione amorosa diventa furibondo. Dalla colluttazione ha inizio una nuova avventura... Ultimo film degli anni Settanta per Monte Hellman, e ultimo lungometraggio di finzione per un decennio (nel 1988 sarà la volta di Iguana, poi arriveranno solamente Silent Night, Deadly Night 3: Better Watch Out! e Road to Nowhere), Amore, piombo e furore spinge il regista a confrontarsi con lo spaghetti-western. Oltre a questo la produzione si svolge tra la Spagna – la consueta Almería – e l'Italia (per la precisione gli studi romani della Dear, sulla Nomentana), lontano dunque da quei panorami che avevano conformato l'immaginario dei due western prodotti da Roger Corman, La sparatoria e Le colline blu. A migliaia di miglia di distanza, e con oltre dieci anni trascorsi tra quei due titoli e la sua trasferta italo-spagnola, Hellman sembra quasi voler trovare un punto di connessione tra le varie e diversificate riletture del genere venute alla luce a partire dagli anni Sessanta. Ecco dunque che il suo approccio paesaggistico e minimale, fatto di poche parole e ancor meno azioni, si confronta direttamente con la volutamente esasperata virulenza della produzione europea; per chiudere il cerchio, qualora il discorso non fosse abbastanza chiaro, ecco l'apparizione in scena di Sam Peckinpah, impegnato (con qualche goffaggine) nel ruolo di uno scrittore decisamente sui generis. Sui generis è anche l'intero impianto scenico, che si regge su una sceneggiatura a dir poco fantasiosa scritta da Ennio De Concini e Vicente Escrivá Soriano. Proprio il materiale narrativo, nella sua completa libertà logica, è il punto di partenza essenziale per comprendere l'operazione portata a termine da Hellman: con il genere che sta digradando anche negli interessi del pubblico – oltreoceano di lì a un paio d'anni arriverà il de profundis quasi definitivo con la demistificazione totale di Michael Cimino e del suo I cancelli del cielo – il regista preferisce asservirlo completamente alla propria narrazione dell'uomo e del mondo/società in cui è costretto a muoversi. A fronte di un sistema che è sempre vessatorio (e mette gli uni contro gli altri solo per acquisire una nuova proprietà immobiliare) l'unica arma di difesa è dapprima la fuga e poi, dopo la presa di consapevolezza della propria classe, l'unione. Così anche Amore, piombo e furore, come già i precedenti western e anche il capolavoro Strada a doppia corsia si dimostra a conti fatti un “travel-movie”, un film di attraversamento. Il cast, dove appare il sempre eccelso Warren Oates, vede nel ruolo principale un convincente Fabio Testi, mentre il personaggio femminile è affidato all'inglese Jenny Agutter, che raggiungerà la fama nel 1981 con Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis. Il titolo inglese del film, China 9, Liberty 37, fa riferimento ai due cartelli dell'inquadratura iniziale. Gangster
Categorie: Cinema

Women in US - Foxy Brown di Jack Hill (1974; 94'); v.o.sott.it

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

26/01/20

Women in US Foxy Brown di Jack Hill (1974; 94'); v.o.sott.it Titolo originale: Foxy Brown Regia: Jack Hill Sceneggiatura: Jack Hill Fotografia: Brick Marquard Montaggio: Chuck McClelland Scenografia: Kirk Axtell Suono: John Dignan Musiche: Willie Hutch Interpreti: Pam Grier, Antonio Fargas, Peter Brown, Terry Carter, Kathryn Loder, Harry Holcombe, Sid Haig, Juanita Brown, Sally Ann Stroud, Bob Minor, Tony Giorgio, Fred Lerner, Judith Cassmore, H.B. Haggerty, Boyd 'Red' Morgan, Jack Bernardi, Robert Nadder, Brenda Venus, Kimberly Hyde, Jon Cedar, Ed Knight, Esther Sutherland Produzione: Buzz Feitshans per American International Pictures (AIP) Durata: 94 minuti Prima proiezione: 5 aprile 1974 Sinossi: Foxy Brown è un'afroamericana fidanzata con un agente infiltrato che, in seguito a un'azione, viene ferito e spacciato per morto. In realtà l'uomo è stato portato in ospedale da dove esce con un nuovo volto grazie a una plastica facciale. Purtroppo neppure questo lo salva da chi gli stava dando la caccia, una banda (bianca) di trafficanti di droga che gestisce un giro di prostitute e che riesce in fretta a farlo fuori. Il fratello di Foxy, Link, conosce la gang che le ha ucciso l'uomo. Contro la quale la donna metterà in moto una strategica vendetta... Il 1973 è l'anno in cui le donne si affacciano sugli schermi della blaxpoitation, ossia la vasta produzione di film con protagonisti afroamericani (diretti spesso ma non sempre da registi di colore) nata all'inizio degli anni Settanta sulla scia delle proteste per i diritti civili, destinata prevalentemente proprio agli afroamericani ma che in breve conquistò un pubblico più vasto. Inizialmente al centro della scena ci sono gli uomini, come nel grandissimo successo Sweet Sweetback's Baadasssss Song (1971) di Melvin Van Peebles – costato un centinaio di migliaia di dollari, ne incassò oltre 15 milioni – o Shaft (1971) di Gordon Parks, che ugualmente andò benissimo al botteghino. Consolidato il modello produttivo (che attrasse in fretta l'attenzione anche delle Major), nel 1973 arrivano sulla scena le donne nere con Cleopatra Jones: licenza di uccidere interpretato da Tamara Dobson e Coffy interpretato da Pam Grier. In entrambi i casi, vessazioni, spaccio, degradazioni varie e vendetta dominano il racconto. Tutti elementi che ritroviamo anche in Foxy Brown, realizzato nel 1974 ma probabilmente il titolo oggi più noto dell'intero filone grazie a Quentin Tarantino che, in Jackie Brown (1997), cita chiaramente il film di Jack Hill nel cognome della sua magnifica protagonista, Pam Grier appunto, ovvero l'attrice più iconica della balxpoitation e l'interprete di Foxy Brown. Per la Grier questi film raccontavano l'empowerment femminile e la scoperta di ruoli volitivi e indipendenti per le donne, in particolare quelle afroamericane che lottavano in contesti difficili in cui stupro, tossicodipendenze, prostituzione non erano fatti alieni. Foxy Brown resta però un'icona supersexy e senza dubbio la sua rappresentazione risente di un'oggettivazione operata da un punto di vista maschile, cosa che rende il film distante dalla nostra sensibilità se preso come esempio di empowerment (in realtà le critiche su questo versante si sprecarono già all'epoca). Eppure è interessante che siano lei e la sua antagonista Katherine (Kathryn Loder), una donna bianca, le figure più forti e decisamente dominanti di un film in cui Foxy tira in ballo persino le Pantere Nere per ottenere giustizia e dimostrare che la comunità nera non abbassa la testa di fronte ai soprusi. Stroncato dalla critica, Foxy Brown è l'esempio di una tipologia di eroina che trovò spazio in questo periodo, oltre a essere un film veramente godibilissimo per la miscela di generi che riesce a creare. Nel giro di qualche anno la blaxpoitation tramontò, accusata da alcuni di razzismo e difesa da altri perché aveva comunque contribuito a portare sullo schermo, da protagonista, la comunità afrodiscendente.
Categorie: Cinema

STRADE A DOPPIA CORSIA Itinerari della New Hollywood

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

da 21/01/20 a 26/01/20

STRADE A DOPPIA CORSIA Itinerari della New Hollywood con il contributo di United States Embassy to Italy con il sostegno di CSC - Cineteca Nazionale - Casa del Cinema a Villa Borghese con la collaborazione di Cineteca di Bologna Cineteca di Milano Österreichisches Filmmuseum | Austrian Film Museum Universal Pictures International Italy Warner Bros. Entertainment Italy rassegna a cura di Elisa Battistini La Cineteca Nazionale e la Casa del Cinema di Roma sono lieti di invitarvi alla rassegna Strade a doppia corsia – Itinerari della New Hollywood curata dalla critica cinematografica Elisa Battistini (Quinlan.it), promossa e realizzata assieme alla Conservatrice della Cineteca Nazionale, Daniela Currò, al Direttore della Casa del Cinema di Roma, Giorgio Gosetti, e resa possibile grazie al prezioso sostegno dell'Ambasciata Usa in Italia. La retrospettiva, che si terrà alla Casa del Cinema dal 21 al 26 gennaio 2020, è un viaggio nel cinema americano dalla seconda metà degli anni Sessanta fino alla seconda metà dei Settanta, un periodo di rinnovamento nato da un crocevia di elementi culturali, storici e produttivi. La grande ondata nota come New Hollywood o Hollywood Renaissance ha portato alla ribalta alcuni tra i registi più celebri della storia del cinema (come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola o Brian De Palma), ma risulta oggi un po' “confinata” alla notorietà di pochi grandi titoli e di pochi grandi autori. Raramente si ricordano il contributo delle produzioni indipendenti o dei registi che hanno fatto da apripista a temi e atmosfere, i primi passi di cineasti poi divenuti famosi o i film considerati minori che artisti importanti hanno realizzato sulla scia di un filone o di uno stile in auge. La rassegna propone così un percorso per evidenziare come anche i maggiori successi siano il frutto di un panorama vasto, eterogeneo e talvolta poco noto persino agli spettatori appassionati. Vale invece la pena di soffermarsi sull'ecosistema complesso che ha reso possibile la definizione di quello sguardo libero, inedito, autoriale che identifichiamo con la New Hollywood. Se questo è stato un momento esemplare, lo si deve infatti a tanti elementi: registi e sceneggiatori appassionati di cinema europeo che si sono cimentati a ridefinire contenuti e modelli produttivi; fautori geniali (un nome per tutti, Roger Corman) di film low budget e indipendenti dagli Studios, ma capaci di intercettare i desideri del pubblico; il numero enorme di titoli realizzati; la possibilità di mettere in scena situazioni o argomenti precedentemente tabù perché censurabili. Della New Hollywood spesso si crede di sapere tutto ma, come talvolta accade per i movimenti più riconosciuti, non solo non è vero ma si può anzi dire che a distanza di decenni se ne sappia sempre meno. Strade a doppia corsia si sviluppa lungo tre itinerari: il primo è un omaggio a Monte Hellman, geniale cineasta diventato poi riferimento per molti registi più giovani (come Quentin Tarantino di cui è stato produttore esecutivo per il suo esordio, Le iene). Di Hellman verranno proiettati i sei film che ha realizzato tra la seconda metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta, da La sparatoria (1966) al western italiano Amore, piombo e furore (1978). Il secondo itinerario, Gangster&Co., intende tracciare un percorso partendo da un titolo fondamentale della storia del cinema americano, Gangster Story (1967) di Arthur Penn, per mostrare come quest'opera abbia potentemente influenzato altri lavori immediatamente successivi dando anche il via a una tipologia di film ambientati durante la Grande Depressione. Il terzo tragitto, Woman in US, è dedicato all'immagine della donna in quel periodo così innovativo ma molto incerto per quanto riguarda il ruolo del femminile di cui si ravvisa soprattutto una profonda crisi identitaria. Temi dell'epoca, “filoni” di opere che partono da capolavori, omaggi: unendo film famosi a gioielli dimenticati, Strade a doppia corsia vuole tracciare alcuni percorsi ragionati su una gloriosa stagione americana che ha ancora parecchio da insegnare al cinema del presente per la capacità di rinnovare l'immaginario lavorando spesso lateralmente alla grande industria ma arrivando poi a influenzarla profondamente. Una stagione americana di cinema che, oltretutto, forse più di ogni altra sintetizza le caratteristiche per cui nella seconda metà del Novecento gli Stati Uniti sono stati percepiti come una terra di utopie, di viaggi e ribellioni, di libertà espressive ed esistenziali. Le schede di tutti i film su: https://stradeadoppiacorsia.com  
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Omaggio a Monte Hellman - La sparatoria – The Shooting di Monte Hellman (1966; 82')

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

21/01/20

INAUGURAZIONE con i saluti di: Ambasciata Usa, Casa del Cinema, Cineteca Nazionale A seguire Omaggio a Monte Hellman La sparatoria – The Shooting di Monte Hellman (1966; 82'); 35mm; v.o.sott.it Titolo originale: The Shooting Regia: Monte Hellman Sceneggiatura: Adrien Joyce (Carol Eastman) Fotografia: Gregory Sandor Montaggio: Monte Hellman Scenografia: Wally Moon Suono: Art Names Musiche: Richard Markowitz Interpreti: Warren Oates, Millie Perkins, Jack Nicholson, Will Hutchins, Charles Eastman, Guy El Tsosie, Brandon Carroll, B.J. Merholz, Wally Moon, William Mackleprang, James Campbell Produzione: Jack Nicholson, Monte Hellman per Proteus Films Durata: 82 minuti Prima proiezione: 2 giugno 1966 Sinossi: L'ex cacciatore di taglie Willet Gashade torna al proprio “campo-base” tra le aride rocce dello Utah. Qui scopre dall'unico rimasto, Coley, che suo fratello è scappato dopo aver sparato a un uomo e al suo bambino, mentre il loro altro socio è stato ucciso la notte precedente da qualcuno che Coley non ha visto. All'indomani dal ritorno di Willet, una bella donna che non vuol rivelare il proprio nome arriva all'accampamento e chiede ai due uomini di scortarla nel deserto. I due sono molto incerti, ma alla fine cedono dietro lauto compenso... La sparatoria viene girato subito prima de Le colline blu negli splendidi paesaggi dello Utah, da cui la troupe e parte del cast (i due film hanno, tra le altre cose, in comune sia Jack Nicholson che la splendida Millie Perkins) si allontanarono solo per alcuni giorni di riposo tra la fine di una ripresa e l'inizio di un'altra. Il mitico Roger Corman aveva infatti messo a disposizione per uno dei “suoi” registi di scuderia, Monte Hellman, 150.000 dollari per due film che costarono 75.000 dollari l'uno. E che Corman fece produrre ai diretti interessati, ossia a Hellman e al promettente attore Jack Nicholson, ritagliandosi il ruolo di supervisore. Il futuro interprete di Shining scrive Le colline blu e Carol Eastman (che sarà sceneggiatrice di Mannequin di Schatzberg) scrive La sparatoria firmandosi Adrien Joyce. Il film, girato in tre settimane, è un sinuoso western-noir in cui del western ritroviamo più le ambientazioni e del noir i rapporti tra i personaggi, il cui numero (visti anche i costi) è ridotto all'osso. Come sarà in Strada a doppia corsia, i protagonisti sono quattro: Willet (il grande Warren Oates) e il suo “sodale” compare imbranato Coley (Will Hutchins) devono guidare nel deserto una bella donna senza nome (la Perkins) che non svela loro le ragioni del viaggio; non lontano dai tre si muove però anche Billy, interpretato da Nicholson che si ritaglia qui la parte del cattivo mostrando già espressioni luciferine che diventeranno celeberrime negli anni. Hellman spoglia completamente il western realizzando un travel movie laconico in cui una femme fatale tiene le briglie della cavalcata mentre gli altri sembrano condannati in partenza come accade anche nella tragedia greca, che risuona nella struttura narrativa. Entrare nell'universo di Monte Hellman da La sparatoria è un'esperienza mirabile perché consente di comprendere la maestria di un regista capace di costruire un'atmosfera carica di tensione, attorno a un racconto fatto di niente, grazie a un'intelligenza spiazzante nella scelta delle inquadrature (il racconto in flashback che Coley fa a Willet, all'inizio del film per spiegargli cosa è accaduto, è un prologo-capolavoro) e nel geniale montaggio dello stesso Hellman. Oltre a dire che La sparatoria è un film magnifico, vale la pena sottolineare la presenza di Warren Oates, uno degli attori più significativi del cinema americano di questi anni e che infatti ritroveremo in ben quattro film di Monte Hellman contenuti in questo omaggio (oltre a La sparatoria, Strada a doppia corsia, Cockfighter e Amore, piombo e furore) e in altri due film di questa retrospettiva, come protagonista in Dillinger di Milius e nel ruolo secondario ma cruciale del padre di Sissy Spacek ne La rabbia giovane di Malick.
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D’amore non si muore. Firmato: Lino Capolicchio

News sul Cinema - Ven, 10/01/2020 - 18:26

13/01/20

D’amore non si muore. Firmato: Lino Capolicchio Lino Capolicchio è un attore più unico che raro. Quando lo si nomina, vengono in mente un volto, un corpo, uno sguardo, una voce. Assolutamente uniche. E completamente anti-italiane. Una fisicità molto british. Una phoné volutamente non impostata teatralmente. E come ha scritto giustamente Gregorio Napoli: «Lino Capolicchio è giustamente orgoglioso della armonia con cui una carriera zeppa di brucianti affermazioni ha saputo recuperare anche la sicurezza di non essere effimera. È arrivato per caso al cinema, ma alla recitazione ha dedicato tutto se stesso, frequentando la Accademia d’arte drammatica, e sono passati solo sette anni da quando scommise con la madre che si sarebbe affermato sulle scene. Anche lui, infatti, ha la sua piccola storia di alienazione familiare: il solito discorso di “quel che si farà da grandi”. Perito chimico doveva essere, e fu invece […] un volto da ricordare in una futura antologia del cinema di protesta. “Credo di essere un vero attore, non potrei fare questo mestiere se non lo sentissi veramente”. Si torna al discorso della consapevolezza, ma la pennellata più colorita l’ha data Florinda Bolkan, che Capolicchio ha avuto al fianco sul set di Metti, una sera a cena: “È un animale strano, molto cinematografico, straordinariamente complesso”». Stavolta Lino ha deciso di “mettersi a nudo” non davanti alla macchina da presa o sul palcoscenico ma sulla pagina scritta per raccontarsi e raccontare gli anni incredibili che ha vissuto, costellati da incontri straordinari: da Sergio Tofano a Giorgio Strehler, da Anna Magnani a Vittorio De Sica e a Pier Paolo Pasolini, da Federico Fellini ai Beatles e a Carmelo Bene e a Fabrizio De André… Titolo di questo eccezionale quanto eccentrico memoir dell’anima editato da Rubbettino e dal Centro Sperimentale di Cinematografia è D’amore non si muore, ironica citazione del film di Carlo Carunchio D’amore si muore (1972) interpretato dall’attore a fianco di due grandi dive, Silvana Mangano e Milva. 16.00 Amore e ginnastica di Luigi Filippo d'Amico (1973, 108') L'ex seminarista Simone (Lino Capolicchio) s’innamora di un insegnante di ginnastica (Senta Berger) che vive nel suo palazzo, la quale si dedica anima e corpo all'educazione fisica, senza pensare alla vita privata e al matrimonio. «D’Amico, come da un podio, orchestra una composizione scenografica tra caffè gozzaniani, sontuosi palazzi Savoia, il verde dei parchi cittadini; mette in scena severi educatori regi, operai delle scuole serali, svelte madamine, vigorosi ginnasti, canottieri che sfilano sul fiume; gioca con le invenzioni linguistiche del torinese Tullio Pinelli che "sciacqua nel Po" De Amicis per accentuarne tratti da siparietto di caffè chantant. Infine, la fotografia di Marcello Gatti mostra una Torino solare in alcuni dei suoi scorci più belli, da Palazzo Madama al Valentino, i cui colori brillanti sono restituiti dal restauro fatto dalla Cineteca Nazionale per le Universiadi» (Toffetti). a seguire incontro moderato da Alberto Crespi con Lino Capolicchio. Nel corso dell’incontro verrà presentato il libro di Lino Capolicchio, "D’amore non si muore", Rubbettino Editore, Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, 2019.
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La ragazza d'autunno

News sul Cinema - Mer, 08/01/2020 - 22:01
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City of crime

News sul Cinema - Mer, 08/01/2020 - 22:01
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Sulle ali dell'avventura

News sul Cinema - Mer, 08/01/2020 - 22:01
Christian, uno scienziato visionario, studia oche selvatiche. Per suo figlio, un adolescente ossessionato dai videogiochi, l'idea di trascorrere una vacanza con suo padre nel deserto è un incubo. Tuttavia, padre e figlio si riuniranno attorno a un folle progetto: salvare una specie in pericolo. Inizia un viaggio incredibile e pericoloso ...
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Hammamet

News sul Cinema - Mer, 08/01/2020 - 22:01
Il film ricostruisce, con personaggi ispirati alla realtà e con personaggi di fantasia, la caduta di Bettino Craxi, un racconto più privato che pubblico, dove si scava nei sentimenti per illuminare i fatti.
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Piccole Donne

News sul Cinema - Mer, 08/01/2020 - 22:01
La scrittrice e regista Greta Gerwig ha realizzato il film di Piccole Donne basandosi sia sul romanzo di Louisa May Alcott che sui suoi scritti, ripercorrendo avanti e indietro nel tempo la vita dell'alter ego dell'autrice, Jo March. Secondo la Gerwig, la tanto amata storia delle sorelle March - quattro giovani donne ognuna determinata a inseguire i propri sogni - è al tempo stesso intramontabile e attuale.
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Confortorio

News sul Cinema - Gio, 02/01/2020 - 22:01
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Il bacio di Giuda

News sul Cinema - Gio, 02/01/2020 - 22:01
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Tiburzi

News sul Cinema - Gio, 02/01/2020 - 22:01
Categorie: Cinema

18 regali

News sul Cinema - Mer, 01/01/2020 - 22:01
Quella di Elisa Girotto è una storia d'amore. Potente, indelebile. Di un amore che ha la forza di non arrendersi quando tutto intorno crolla. Elisa aveva solo quarant'anni quando un male incurabile l'ha tolta all'affetto dei suoi cari, a suo marito e alla sua famiglia, alla sua bambina di appena un anno. Prima che il suo cuore si fermasse, Elisa ha però trovato un modo di restarle accanto: un regalo per ogni compleanno fino alla sua maggiore età. 18 regali per cercare di accompagnare, anno dopo anno, la crescita della sua bambina, per lasciarle il segno di una presenza spirituale, per farle capire che l'amore non si ferma davanti a nulla. Bambole, giochi, libri, vestiti, un mappamondo di sughero con l'indicazione dei luoghi che avrebbe voluto visitare con lei.
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Sorry We Missed You

News sul Cinema - Lun, 30/12/2019 - 22:01
Ricky, Abby e i loro due figli vivono a Newcastle. Sono una famiglia forte che si prende cura l'uno dell'altro. Ricky è passato da un lavoro all'altro, mentre Abby, che adora il suo lavoro, si prende cura degli anziani. Nonostante lavorino più a lungo e più duramente, si rendono conto che non avranno mai l'indipendenza o la propria casa. Ora o mai più; la rivoluzione delle app offre a Ricky un'opportunità d'oro. Lui e Abby fanno una scommessa. Vende la sua auto in modo che Ricky possa comprare un nuovo furgone luccicante e diventare un autista indipendente, finalmente con i suoi affari. Il mondo moderno incide su queste quattro anime nella privacy della loro cucina; il futuro chiama.
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